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Vincenzo Mazzone
[ Scordia (CT) 10/11/1906 , Nizza 12/12/1984 ]


iglio di Carmelo, appaltatore di lavori edili, e Maria Stella Valenti. Nel giugno 1909 si trasferisce con famiglia a Messina, dove frequenta l’istituto Tecnico Superiore fino al terzo anno, dopo di che s’impiega alle dipendenze del padre nella cooperativa di costruzione “La Orientale”.
Nel 1922 milita nelle file dei nazionalisti di Federzoni, “tanto per contrastare il passo all’arroganza dei neri camiciati”, che abbandona due anni dopo per passare tra i comunisti.
Nel 1923 prende parte al movimento del “soldino”, così chiamato dal distintivo dei suoi aderenti, tra cui a Messina molti militanti dell’estrema sinistra, comunisti e anarchici. Tra questi è Luciano Natale Fusco, un ex combattente divenuto anarchico, le cui imprese antisquadristiche, alle quali anche Mazzone partecipa coi compagni della sua cellula comunista, vengono additate dalla stampa anarchica come esempi da imitare.
Il 17 agosto 1925 subisce il primo processo, da cui esce assolto, per minacce a fascisti. Dal 24 aprile 1926 al 16 ottobre 1927 presta servizio militare presso la Scuola Centrale di Artiglieria di Civitavecchia. Vi trascorre un mese di prigione per vari atti d’indisciplina. Riesce per due volte a sottrarvi delle armi che consegna ai compagni di Civitavecchia. Congedato, entra nell’organizzazione clandestina del Pcdi.
enunciato nel giugno 1929, sfugge alla cattura varcando la frontiera francese e il 2 ottobre 1929 raggiunge Marsiglia, dove trova ad attenderlo gli anarchici, suoi parenti, Paolo Caponetto e Salvatore Renda. Il 25 novembre 1929, in una lettera diretta al Comitato “pro vittime politiche” di Bruxelles, Mazzone dichiara la sua nuova fede anarchica. Il 31 maggio 1930, il Tribunale speciale fascista gli commina 14 anni e 2 mesi di carcere in contumacia, per avere costituito un’organizzazione comunista mascherata da “società segreta per la liberazione della Corsica”. Qualche mese dopo, la polizia francese lo arresta per irregolarità nei documenti e lo condanna a 3 mesi di prigione. Ciò gl’impedisce di partecipare al tentativo insurrezionale compiuto da Paolo Schicchi, Renda e Gramignano nell’agosto 1930. Lavora da manovale presso la ditta di costruzione Guiramand fino all’espulsione dalla Francia, nel giugno 1931.
Arrestato a Barcellona nel settembre successivo, per aver preso parte a uno sciopero generale proclamato dalla Cnt, è relegato con altri 335 prigionieri politici sul piroscafo “Antonio Lopez”. Il 20 ottobre 1931 viene espulso dalla Spagna e parte alla volta di Algeri. Nel maggio 1932 si trova a Tunisi, dove lavora in una ditta per la lavorazione del marmo. Il mese dopo è espulso anche dalla Tunisia perché sospettato, con Giovanni Puggioni, di avere commesso un attentato contro la sede del giornale “Unione” di Tunisi. Tornato clandestinamente in questa città due anni dopo, con la sua compagna, Elvira Malatesta e il figlio Cafiero, lavora da falegname presso l’anarchico siciliano Giuseppe Nicosia. Il presidente della Lidu, Giulio Barresi, gli procura un nuovo lavoro e lo aiuta a regolarizzare la sua posizione. Con Casubolo, Damiani e Converti fonda, il 22 settembre 1935, il “Domani”, settimanale anarchico in lingua italiana.
estato a sangue in uno scontro coi fascisti, si vendica andando a schiaffeggiare il direttore de “La Depêche Tunisienne”, che aveva preso le parti dei suoi aggressori. Il 14 luglio 1936, in occasione della festa nazionale francese, viene nuovamente arrestato per avere insultato un giovane nazionalista. Iscritto alla Cgt, Mazzone diventa in breve tempo uno dei dirigenti del locale sindacato edile. In occasione dello sciopero dei mattonai dell’agosto 1936, prende la parola “per inveire contro il fascismo ed i datori di lavoro, istigando gli operai alla lotta di classe”. Arrestato insieme a Giovanni Dettori, evita l’espulsione dalla Reggenza sottoscrivendo una dichiarazione con la quale “s’impegna a non occuparsi più di politica, né a frequentare compagni di fede e la Camera del lavoro”. Ai primi di ottobre va a combattere in Spagna con una pattuglia di anarchici esuli a Tunisi: oltre a Dettori, che li precede, partono Puggioni, Giudice e i siciliani Fontana, Politi, Burgio e Carta.
A Barcellona incontra altri anarchici siciliani: Giuseppe Natale, Giuseppe Livolsi (caduto ad Almudèvar il 21 novembre 1936), Giuseppe Picone, Giovanni Lombardo, Giuseppe Corpora, Emanuele Granata e i due messinesi Salvatore Fusaro e Alberto Gasperini (ucciso in località Sierra Pandols, sul fronte dell’Ebro, nel settembre 1938). Arruolatosi nella colonna “Berneri-Rosselli”, il 24 novembre è ferito al braccio destro nella battaglia di Almudèvar. Nel maggio 1937 si trova a Barcellona, dove combatte contro i comunisti. Riparato in Francia, il 5 ottobre 1937 viene arrestato a Perpignan e rinchiuso nella prigione “Chave” di Marsiglia fino al luglio 1938 quando, nuovamente espulso dalla Francia, ritorna in Tunisia. Durante l’occupazione italiana della Reggenza, prende parte alla resistenza, nel Maquis. All’arrivo degli alleati, il colonnello oletti gli chiede di partecipare ad una missione segreta in Sicilia.
Il suo rifiuto di collaborare, per non “sottomettersi ai loro insani capricci guerrafondai”, è la principale causa del ritardo col quale rientra in Italia. Giunge a Napoli l’11 marzo 1945, da Algeri, dopo un viaggio avventuroso. Festeggiatissimo a Messina, rifiuta sia la sindacatura che la segreteria provinciale del Pci. Accetta invece la presidenza, prima provinciale poi regionale, dell’Associazione Perseguitati Politici Antifascisti “Sesto Braccio”. Nel maggio 1945 compie un giro esplorativo nelle province di Catania, Siracusa e Palermo. A Messina, nel luglio 1945, promuove la nascita di 2 gruppi: il Gruppo Libertario “Michele Bakunin”, che riunisce i giovani simpatizzanti, e il Gruppo Anarchico “Pietro Gori”, di cui fa parte egli stesso.
A Messina viene nominato membro della commissione per l’epurazione all’Istituto Autonomo Case Popolari, del comitato per la revisione degli impieghi comunali e provinciali, del comitato di vigilanza sui prezzi, e commissario straordinario dell’Enal (l’ex dopolavoro fascista). Occupa l’ex Casa littoria, situata lungo il porto e di proprietà dell’Intendenza di Finanza, assegnandone i locali alle associazioni antifasciste, alla Fai, a cui i gruppi di Messina hanno nel frattempo aderito, alla biblioteca sociale, curata da Gino Cerrito, e persino a una compagnia filodrammatica libertaria. Saranno sfrattati dalla polizia nel febbraio 1949. Fonda due cooperative, una alimentare per i perseguitati politici antifascisti, e una edile fra gli ex partigiani.
iceve dai compagni italo-americani consistenti aiuti alimentari e le prime fiale di penicillina, che distribuisce alla popolazione messinese. Nel 1946 partecipa alla campagna a favore della repubblica nel referendum istituzionale, organizzando le manifestazioni popolari che impediscono al principe Umberto di tenere pubblici comizi a Messina e a Reggio Calabria. Torna presto all’intransigenza anarchica, raccomandando l’astensione nelle elezioni politiche e amministrative. Negli anni seguenti figura tra i principali esponenti della Federazione anarchica messinese, con G. Cerrito, P. La Torre e M. Bicchieri. che rappresenta al congresso di Carrara del settembre 1945; di Canosa del febbraio 1948, di Livorno del 23-25 aprile 1949 con altri compagni.
Ripresa l’attività di appaltatore privato, col padre ed il fratello, nel 1951 viene accusato dai suoi compagni di mantenere un comportamento ambiguo in materia elettorale, favorendo l’amico Pacciardi e il partito repubblicano, e d’essersi iscritto alla massoneria. Ne sorge una penosa polemica che lo conduce ad appartarsi dal movimento. Alla fine degli anni ‘50, a causa di un rovescio finanziario, abbandona Messina per stabilirsi con la famiglia in Francia.

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