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Mazzeo di Ricco
[ Messina 1235 , ]


Il suo nome viene riportato variamente : Mazzeo o Matteo, di Rico o de Rico da Messina. Fa parte della seconda generazione dei poeti della «Scuola siciliana». Mantenne una corrispondenza con Guittone d'Arezzo, che gli indirizzò una sua canzone. Di lui ci rimane un documento autografo datato «Messina, 27 maggio 1252» Gli vengono attribuite 6 canzoni e 1 sonetto.
Sei anni ho travagliato

Sei anni ò travagliato
in voi, madonna, amare,
e fede v'ò portato
più assai che divisare,
nè dire vi por[r]ia;
ben ò caro ac[c]at[t]ato
lo vostro inamorare,
che m'à così ingan[n]ato
con suo dolze parlare,
chi già no 'l mi credia.
Ben mi menò follia
di fantin veramenti,
che crede fermamenti
pigliar lo sole ne l'agua splendienti,
e stringere si crede lo splendore
de la candela ardenti,
ond'ello inmantenenti
si parte e piange sentendo l'ardore.

S'eo tardi mi so adato
de lo meo follegiare,
tegnomene beato,
per ch'io sono a lasciare
lo mal che mi stringìa;
chè l'omo ch'è malato,
poi che torna in sanare,
lo male c'à passato
e lo gran travagliare
tut[t]o met[t]e in obria.
Oi lasso, ch'io credia,
donna, perfettamenti
che vostri affetamenti
pas[s]assero giacinti stralucenti!
Or vegio ben che l[o] vostro colore
di vetro è fermamenti,
chè sanno sagiamenti
li mastri contrafare lo lavore.

Speranza m'à 'ngan[n]ato
e fatto tanto er[r]are,
com'omo c'à giucato
e crede guadagnare
e perde ciò c'avia.
Or vegio ch'è provato
zo c'audo contare,
c'assai à guadagnato
chi si sa scompagnare
da mala compagnia.
A meve adivenia,
como avene soventi
chi 'mpronta buonamenti
lo suo a mal debitore e scanoscenti:
in per ciò c'al malvagio pagatore
vac[c]i omo spessamenti
e non pò aver neienti,
ond'a la fine ne fa richiamore.
___________________________________________________________________

Lo gran valore e lo presio amoroso

Lo gran valore e lo presio amoroso
ch'è 'n voi, donna valente,
tuttor m'aluma d'amoroso foco,
che mi dispera e fammi päuroso,
com'om ca di neiente
volesse pervenire in alto loco.
Ma s'elli è distinato
moltipricar lo folle pensamento,
e la ventura li dà piacimento
de lo gran bene c'ha disiderato.
Così, pensando a la vostra bieltate,
Amor mi fa paura,
tanto sete alta e gaia ed avenente:
e tanto più ca voi mi disdegnate.
Ma questo m'asicura,
ca d'entro l'aigua nasce foco ardente,
e par contra natura:
così poria la vostra disdegnanza
tornare in amorosa pïetanza
se volesse la mia bonaventura.
Madonna, se del vostro amor son priso,
non vi paia ferezze,
né riprendete li oc[c]hi innamorati.
Guardate lo vostro amoroso viso,
l'angeliche bellezze
e l'adornezze la vostra bieltati:
e serete sicura
che la vostra bellezze mi ci 'nvita
per forza, come fa la calamita
quando l'aguglia tira per natura.
Certo ben fece Amore dispietanza,
che di voi, donna altera,
m'inamorìo, poi non v'è in piacimento.
Or como troveraio in voi pietanza,
che non veio mainera
com'eo vi possa dire ciò ch'io sento?
Però, donna avenente,
per Dio vo prego, quando mi vedete,
guardatemi: così cognoscerete
per la mia cera ciò che lo cor sente.
Sì 'namoratamente m' ha 'nflamato
la vostra dilet[t]anza,
ch'io non mi credo già mai snamorare:
ché lo cristallo, poi ch'è ben gelato,
non pòi avere speranza
ch'ello potesse neve ritornare.
E da poi c[he l']Amore
m'ha dato in [illa] vostra potestate,
ag[g]iate[me]ne alcuna pïetate,
a ciò ch'ag[g]iate in voi tut[t]o valore.
___________________________________________________________________

Lo core innamorato

"Lo core innamorato,
messere, si lamenta
e fa piangere li occhi di pietate;
da me este alungiato,
e lo meo cor tormenta
vegnendo a voi lo giorno a mille fiate.
Avendo di voi voglia,
lo meo cor a voi mando,
ed ello vene e con voi si sogiorna;
e poi a me non torna,
a voi lo racomando
no li faciate gelosia, nè doglia".

"Donna, se mi mandate
lo vostro dolze core
innamorato sì come lo meo,
sacciate in veritate
ca per verace amore
inmantenente a voi mando lo meo,
perchè vi degia dire
com'eo languisco e sento
gran pene per voi, rosa colorita;
ch'eo non agio altra vita,
se non solo un talento:
com'eo potesse a voi, bella, venire".

"Messere, se talento
avete di venire,
nde son cento tanti disiosa.
Questo congiungimento
mi conduce a morire:
quant'eo più v'amo, e più ne son gelosa,
ed ò sempre paura
ne per altra intendanza
lo vostro cor non faccia fallimento;
und'eo tuttor tormento,
s'eo non ò siguranza
che d'altra donna non agiate cura".

"Di me, madonna mia,
non vi convene avire
nè gelosia, nè doglia, nè paura.
Omo non si por[r]ia
ne gli oc[c]hi compartire
che ne vedesse due 'n una figura;
tanto coralemente
no m[i] por[r]iano amare,
che 'n altra parte gisse lo mio core.
Così mi stringe Amore,
c'altro non posso fare
se non tornare a voi, donna valente".
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La ben aventurosa innamoranza

La ben aventurosa innamoranza
tanto mi stringe e tene,
che d'amoroso bene - m'asicura.
Dunqua non fa lo meo cor soperchianza,
si ismisuratamente
di voi, donn'avenente, - si 'nnamura.
Ca s'omo à dismisura,
conservando leanza
non fa dismisuranza,
sì che sia da blasmare:
c'ognunque cosa si può giudicare
perfettamente bona in sua natura.

Dunqua, sì com'io uso ismisuranza
in voi, madonna, amare,
eo non so da blasmare - per rasione.
Però, madonna, solo una fallanza
non mi dovria punire,
poi c'a lo meo fallire - ebbi casione.
Senza riprensione
pot'omo folleiare
e talor senno usare,
ch'è pegio che follia;
per zo, madonna, ogn'omo doveria
savere ed esser folle per stasione.

Da voi, madonna, fu lo nascimento
de la mia 'namoranza,
und'ò ferma speranza - in vostro amore;
chè tuttavia lo bon cuminciamento
mi fa considerare
ch'eo degia megliorare - a tutesore.
Ca lo bon pingitore
in tanto è da laudare
quanto fa simigliare
tutta la sua pintura,
sì che sia naturale la figura.
Però da voi aspetto lo megliore.
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Madonna, de l[o] meo 'namoramento

Madonna, de l[o] meo 'namoramento
c'assai più c'altamente
m'ave distretto e fatto 'namorare,
incontro a meve a voi me ne lamento;
ma non mi val neiente,
ca lo meo cor non posso rinfrenare;
c'Amore, che sormonta ogne ardimento,
mi sforza e vince e mena al suo talento,
sì ch'io di meve no agio segnoria;
di ch'io mi doglio, avere la vor[r]ia,
c'assai gra[n] regno reg[g]e, ciò mi pare,
chi se medesmo può segnoregiare.

Po i ch'eo non posso me segnoregiare,
Amor mi segnoria.
Dunque è Amore segnor certanamente;
ma non posso già mai considerare
che l'Amore altro sia
se non distretta voglia solamente.
E s'Amore è distretta volontate,
per Deo, madonna, in ciò considerate
c'Amor non prende visibolemente,
ma par che nasca naturalemente;
e poi c'Amore è cosa naturale,
merzè dovete aver de lo mio male.

De lo meo male, ch'è tanto amoroso,
da poi ch'è così nato,
non mi dispero, ma spero alegranza:
c'a la fine sereno dilet[t]oso
vene tempo turbato;
per ch'io conforto la mia 'namoranza.
E fin c'Amore, usando dirit[t]ura,
di voi, donna avenente, mi 'namura,
voglio essere di voglia soferente;
chè più de' l'omo avere alegramente
[di] molta cosa sola intenz[ï]one,
che di pic[c]iola gioia possessione.

D'alta possessione e gioia plagente
[eo] son posseditori,
avendo solamente alta speranza;
la quale à tal natura interamente,
c'a li maior furori
magiormente sovene e d[à] alegranza.
Ch'io so ch'io falleria vil[l]anamente
se no sperasse in voi complitamente.
Da poi c'Amor vi diede ogni belleze
finalemente e tut[t]e avenanteze,
ben so che troveragio in voi pietanza,
per ch'io vivo gioioso 'n allegranza.
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Chi conoscesse sì la sua fallanza

Chi conoscesse sì la sua fallanza
com'om conosce l'altrui fallimento
di mal dire d'altrui avria dottanza
per la pesanza del su' mancamento.

Ma per lo corso de la iniqua usanza
ogn'om si cred'esser di valimento,
e tal omo è tenuto in dispregianza
che spregia altrui, ma non sa zo ch'i' sento.

Però vor[r]ia che fosse distinato
che ciascun conoscesse il so onore
e 'l disinore e 'l pregio e la vergogna.

Talotta si commette tal peccato
che, s'omo conoscesse il so valore,
di dicer mal d'altrui non avria sogna.
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