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Cielo D'Alcamo
[ Alcamo/Messina 1200 , ]


Rimatore sospeso fra la poesia colta e quella dialettale-giullaresca, autore della prima poesia della letteratura volgare italiana. Nulla si sa di lui, anche il nome Ŕ controverso, per lungo tempo fu letto erroneamente o Cheli, o Ciullo, di Cielo, oggi si ritiene sia esatto Cielo, da molti interpretato come la forma fiorentina del diminutivo tipicamente siciliano Celi, che indica Michele. Dalcamo o Dal Camo o D'Alcamo sono le versioni pi¨ comuni per il cognome.
Secondo alcuni studiosi potrebbe essere originario della zona di Messina. Forse era un giullare o, pi¨ verosimilmente, uno studente, colto ed esperto dei moduli lirici contemporanei e delle tecniche di composizione poetica della poesia provenzale.
Dal filologo del Cinquecento Angelo Colocci gli Ŕ attribuito il famoso contrasto źRosa fresca aulentissima╗ probabilmente composto a Messina tra il 1231 e il 1250, e contenuto soltanto nel codice Vaticano 3783, dove convivono formule espressive tipiche della poesia cortese dotta ed espressioni pi¨ familiari, fra ripetizioni e "rinfacci" di parole,á con toni talvolta dispettosi, talvolta melodrammatici,á in un dialetto siciliano convenzionalmente letterario,á si assiste alla schermaglia amorosa fra un giovane baldanzosoá ed una ragazzaá ritrosa.
La tradizione ha sempre ritenuto Cielo estraneo alla scuola di Federico, mentre la critica contemporanea Ŕ incline a riavvicinare il contrasto allĺarea della scuola siciliana, interpretandolo come lĺesito pi¨ riuscito e pi¨ radicale di quel filone popolareggiante che era ben presente alla corte federiciana.

CONTRASTO

źRosa fresca aulentis[s]imach'apari inver' la state,
le donne ti disiano,pulzell' e maritate:
trÓgemi d'este focora,se t'este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia.╗
źSe di meve trabÓgliti,follia lo ti fa fare.
Lo mar potresti arompere,a venti asemenare,
l'abere d'esto secolotut[t]o quanto asembrare:
avere me non p˛teri a esto monno;
avanti li cavelli m'aritonno.╗
źSe li cavelli artˇn[n]iti,avanti foss'io morto,
ca'n is[s]i [sý] mi pŔrderalo solacc[i]o e 'l diporto.
Quando ci passo e vÚjoti,rosa fresca de l'orto,
bono conforto dˇnimi tut[t]ore:
poniamo che s'ajunga il nostro amore.╗
źKe 'l nostro amore aj¨ngasi,non boglio m'atalenti:
se ci ti trova pÓremocogli altri miei parenti,
guarda non t'ar[i]golganoquesti forti cor[r]enti.
Como ti seppe bona la venuta,
consiglio che ti guardi a la partuta.╗
źSe i tuoi parenti trova[n]mi,e che mi pozzon fare?
Una difensa mŔt[t]ocidi dumili' agostari:
non mi toc[c]ara pÓdretoper quanto avere ha'n Bari
Viva lo 'mperadore, graz[i'] a Deo!
Intendi, bella, quel che ti dico eo?╗
źTu me no lasci viverenÚ sera nÚ maitino.
Donna mi so' di pŔrperi,d'auro massamotino.
Se tanto aver donÓssemiquanto ha lo Saladino,
e per ajunta quant'ha lo soldano,
toc[c]are me non p˛teri a la mano. ╗
źMolte sono le feminec'hanno dura la testa,
e l'omo con parabolel'adimina e amonesta:
tanto intorno procÓzzalafin che Ěll' ha in sua podesta.
Femina d'omo non si pu˛ tenere:
guÓrdati, bella, pur de ripentere.╗
źK'eo ne [pur ri]pentÚsseme?davanti foss'io aucisa
ca nulla bona feminaper me fosse ripresa!
[A]ersera passÓstici,cor[r]enno a la distesa.
Aquýstati riposa, canzoneri:
le tue parole a me non piac[c]ion gueri.╗
źQuante sono le schiantorache m'ha' mise a lo core,
e solo purpenzÓnnomela dia quanno vo fore!
Femina d'esto secolotanto non amai ancore
quant'amo teve, rosa invid´ata:
ben credo che mi fosti distinata.╗
źSe distinata fˇsseti,caderia de l'altezze,
chÚ male messe f˛ranoin teve mie bellezze.
Se tut[t]o adivenýssemi,tagliÓrami le trezze,
e consore m'arenno a una magione,
avanti che m'artoc[c]hi 'n la persone.╗
źSe tu consore arŔnneti,donna col viso cleri,
a lo mostero vŔnocie rŔnnomi confleri:
per tanta prova vencertifÓralo volonteri.
Conteco stao la sera e lo maitino:
besogn'Ŕ ch'io ti tenga al meo dimino.╗
źBoimŔ tapina misera,com'ao reo distinato!
Geso Cristo l'altissimodel tut[t]o m'Ŕ airato:
concepýstimi a abÓttarein omo blestiemato.
Cerca la terra ch'este gran[n]e assai,
chi¨ bella donna di me troverai.╗
źCercat'ajo Calabr[´]a,Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli,Genoa, Pisa e Soria,
Lamagna e Babilon´a[e] tut[t]a Barberia:
donna non [ci] trovai tanto cortese,
per che sovrana di meve te prese.╗
źPoi tanto trabagliÓsti[ti],fac[c]ioti meo pregheri
che tu vadi adomÓn[n]imia mia mare e a mon peri.
Se dare mi ti degnano,menami a lo mosteri,
e sposami davanti da la jente;
e poi far˛ le tuo comannamente.╗
źDi ci˛ che dici, výtama,neiente non ti bale,
ca de le tuo parabolefatto n'ho ponti e scale.
Penne penzasti met[t]ere,sonti cadute l'ale;
e dato t'ajo la bolta sot[t]ana.
Dunque, se po[t]i, tŔniti villana.╗
źEn paura non met[t]ermidi nullo manganiello:
ist˛mi 'n esta gror´ad'esto forte castiello;
prezzo le tuo parabolemeno che d'un zitello.
Se tu no levi e va'tine di quaci,
se tu ci fosse morto, ben mi chiaci.╗
źDunque vor[r]esti, výtama,ca per te fosse strutto?
Se morto essere dÚb[b]ociod intagliato tut[t]o,
di quaci non mi m˛s[s]erase non ai' de lo frutto
lo quale stńo ne lo tuo jardino:
dis´olo la sera e lo matino. ╗
źDi quel frutto non Ób[b]eroconti nÚ cabalieri
molto lo dis´a[ro]nomarchesi e justizieri,
avere no'nde p˛ttero:gýro'nde molto feri.
Intendi bene ci˛ che bol[io] dire?
Men'este di mill'onze lo tuo abere. ╗
źMolti so' li garofani,ma non che salma 'nd'Ói
bella, non dispregiÓremis'avanti non m'assai.
Se vento Ŕ in proda e gýrasie giungeti a le prai,
arimembrare t'ao [e]ste parole,
ca de[n]tr'a 'sta animella assai mi dole.╗
źMacara se dolÚs[s]etiche cadesse angosciato:
la gente ci cor[r]es[s]oroda traverso e da Ěllato;
tut[t]'a meve dicessono:'Acor[r]i esto malnato'!
Non ti degnara porgere la mano
per quanto avere ha 'l papa e lo saldano.╗
źDeo lo volesse, výtama,te fosse morto in casa!
L'arma n'anderia c˛nsola,ca dý e notte pantasa.
La jente ti chiamÓrano:?Oi perjura malvasa,
c'ha' morto l'omo in cÓsata, traýta!?
Sanz'on[n]i colpo lŔvimi la vita. ╗
źSe tu no levi e va'tineco la maladizione,
li frati miei ti trovanodentro chissa magione.
[. . .] be Ěllo mi sof[f]eropŔrdici la persone,
ca meve se' venuto a sormonare;
carente nÚd amico non t'ha aitare.╗
źA meve non aýtanoamici nÚ parenti:
istrani' mi so', cÓrama,enfra esta bona jente.
Or fa un anno, výtama,che 'ntrata mi se' ['n] mente.
Di canno ti vististi lo maiuto,
bella, da quello jorno so' feruto.╗
źDi tanno 'namorÓstiti,[tu] Iuda lo traýto,
como se fosse porpore,iscarlato o sciamito?
S'a le Va[n]gele j¨rimiche mi s´' a marito,
avere me non p˛ter'a esto monno:
avanti in mare [j]ýt[t]omi al perfonno.╗
źSe tu nel mare gýt[t]iti,donna cortese e fina,
dereto mi ti mýseraper tut[t]a la marina,
[e da] poi c'anegÓs[s]eti,trobÓrati a la rena
solo per questa cosa adimpretare:
conteco m'ajo a[g]giungere a pec[c]are.╗
źSegnomi in Patre e 'n Fil´oed i[n] santo Mat[t]eo:
so ca non se' tu retico[o] figlio di giudeo,
e cotale parabolenon udi' dire anch'eo.
Morta si [Ŕ] la femina a lo 'ntutto,
pŔrdeci lo saboro e lo disdotto.╗
źBene lo saccio, cÓrama:altro non pozzo fare.
Se quisso non arc˛mplimi,lÓssone lo cantare.
Fallo, mia donna, plÓzzati,chÚ bene lo puoi fare.
Ancora tu no m'ami, molto t'amo,
sý m'hai preso come lo pesce a l'amo.╗
źSazzo che m'ami, [e] Ómotidi core paladino.
LŔvati suso e vatene,tornaci a lo matino.
Se ci˛ che dico fÓcemi,di bon cor t'amo e fino.
Quisso t'[ad]imprometto sanza faglia:
te' la mia fede che m'hai in tua baglia.╗
źPer zo che dici, cÓrama,neiente non mi movo.
Inanti pren[n]i e scÓnnami:tolli esto cortel novo.
Esto fatto far p˛tesiinanti scalfi un uovo.
Arcompli mi' talento, [a]mica bella,
chÚ l'arma co lo core mi si 'nfella.╗
źBen sazzo, l'arma d˛leti,com'omo ch'ave arsura.
Esto fatto non p˛tesiper nell'altra misura:
se non ha' le Vangel[´]e,che mo ti dico "Jura",
avere me non puoi in tua podesta;
inanti pren[n]i e tagliami la testa. ╗
źLe Vangel[´]e, cÓrama?ch'io le porto in seno:
a lo mostero prÚsile(non ci era lo patrino).
Sovr'esto libro j¨rotimai non ti vegno meno.
Arcompli mi' talento in caritate,
chÚ l'arma me ne sta in sut[t]ilitate.╗
źMeo sire, poi jurÓstimi,eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[´]a,da voi non mi difenno.
S'eo minespreso Ójoti,merzÚ, a voi m'arenno.
A lo letto ne gimo a la bon'ora,
chÚ chissa cosa n'Ŕ data in ventura.╗
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