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Re Enzo
[ Germania 1220 , Bologna 1272 ]


Re EnzoHeinrich detto Heinz o Encius fu uno dei figli naturali dell'imperatore Federico II di Svevia.
L'appartenenza della madre Alayta (Adelaide) a una nobile famiglia tedesca, ha fatto ipotizzare che sia nato durante gli anni trascorsi da Federico II in Germania (1212-1220), ma la data di nascita può essere spostata fino al 1222, anno in cui morì la prima moglie di federico II, Costanza d'Aragona. Circa la famiglia di provenienza della madre si possono avanzare solo ipotesi: potrebbe trattarsi di Alayta von Vohburg, esponente della famiglia poi nota come Hohenburg, ovvero piu' probabilmente, di Alayta o Adela von Urslingen Marano, discendente da un casato svevo con ramificazioni anche in Italia, conosciuta, sempre negli anni del soggiorno tedesco, nel castello di Hagenau, residenza preferita da Federico II perché circondata da grandi foreste che favorivano la sua passione per la caccia, oltrechè ricca di una vasta raccolta di opere classiche.
Nato nella terra materna, Heinrich, chiamato con il diminutivo Heinz latinizzato Encius e volgarizzato Enzo, per distinguerlo dal primogenito legittimo Enrico, figlio di Costanza d'Aragona, fu assai probabilmente allevato alla corte paterna, prima a Palermo poi in Capitanata ove si trovavano le residenze predilette dell'imperatore, regioni, queste ultime, rievocate con nostalgia struggente in una canzone composta dallo stesso Enzo negli anni tristi della prigionia bolognese: «Va', canzonetta mia/.../ e vanne in Puglia piana, la magna Capitana / la' dove lo mio core nott'e dia.»
Negli anni 1238-39 venne investito cavaliere, e contrasse matrimonio con Adelasia de Lacon Gunale. La passione che Enzo, seguendo un costume diffuso presso la corte sveva, nutri per la poesia volgare e le sue buone qualità di poeta, evidenziate nella maturità, l'attrazione che manifestò per la falconeria (che condivise con il padre e coi suoi più stretti collaboratori, tra i quali il più giovane fratellastro Manfredi), cui era connesso l'interesse per l'osservazione della natura, la grande abilità di condottiero, che espresse negli anni in cui fu luogotenente del padre al comando dell'esercito imperiale nell'Italia centro-settentrionale, sono elementi forti a suffragio dell'ipotesi che sia stato condotto giovanissimo alla corte sveva...
Detto "il Falconetto" per la sua grazia e per il suo valore, Enzo è stato un uomo decisamente interessante sotto vari aspetti: come il padre amò la cultura e lo sport, fu appassionato della caccia con il falcone, un buon poeta, amante del gentil sesso, un condottiero coraggioso ancorché sfortunato.
Diciottenne, sposò per interessi dinastici Adelasia di Sardegna, principessa dei Giudicati di Torres e Gallura, vedova di Ubaldo Visconti, dieci anni più anziana di lui. Con questo matrimonio divenne Re di Sardegna, acuendo il risentimento di Gregorio IX che non voleva vedere occupato dagli Svevi un simile interessante possedimento, in precedenza vassallo della Chiesa. In seguito il Papa riuscì a sciogliere il matrimonio per infedeltà del marito.
Nel 1249, passò a seconde nozze con una nipote del cognato Ezzelino da Romano, della quale non si conosce il nome. Dai matrimoni, Enzo ebbe un figlio, Enrico, non ricordato dal testamento del padre; mentre da una certa Frascha ebbe una figlia illegittima, Elena, ricordata nel testamento Nel 1249 il suo esercito fu sconfitto dai Bolognesi nella battaglia di Fossalta; catturato, fu condotto in catene a Bologna. Federico ne chiese con insistenza la restituzione - era stato e restava uno dei suoi figli più fedeli ed affidabili - ma i bolognesi risposero chiaramente che non lo avrebbero mai liberato.
Durante la lunga, dorata ma tristissima prigionia nel palazzo del Podestà (oggi Palazzo Re Enzo) in Bologna, conobbe varie donne ed ebbe due figlie naturali: Maddalena e Costanza, entrambe ricordate nel testamento.
Enzo finirà i suoi giorni ancora prigioniero a Bologna, nel 1272.
Amor mi fa sovente

Amor mi fa sovente
lo meo core pensare,
dàmi pene e sospiri;
e son forte temente,
per lungo adimorare,
ciò che por[r]ia aveniri.
Non c'agia dubitanza
de la dolze speranza
che 'nver di me fallanza ne facesse,
ma tenemi 'n dottanza
la lunga adimoranza
di ciò c'adivenire ne potesse.

Però nd'agio paura
e penso tuttavia
a lo suo gran valore;
se troppo è mia dimura,
eo viver non por[r]ia;
così mi stringe Amore
ed àmi così priso,
n tal guisa conquiso,
che 'n altra parte non ò pensamento;
e tuttora m'è aviso
di veder lo bel viso,
e tegnolomi in gran confortamento.

Conforto e non ò bene:
tant'è lo meo pensare,
ch'io gioi non posso avire.
Speranza mi mantene
e fami confortare,
chè spero tosto gire
là 'v'è la più avenente,
l'amorosa piacente,
quella che m'ave e tene in sua bailìa.
Non falserai' neiente
per altra al meo vivente,
ma tuttor la terrò per donna mia.

Ancora ch'io dimore
lungo tempo e non via
la sua chiarita spera,
[d]e lo su gran valore
spesso mi [so]venia,
ch'i' penso ogne manera
che lei deggia piacere;
e sono al suo volere
istato e serò senza fallanza.
Ben voi' fare a savere
ch'amare e non vedere
si mette fin amore in obbrianza.

Va, canzonetta mia,
e saluta Messere,
dilli lo mal ch'i' aggio:
quelli che m'à 'n bailìa
sì distretto mi tene,
ch'eo viver non por[r]aggio
salutami Toscana,
quella ched è sovrana,
in cui regna tutta cortesia;
e vanne in Pugl[i]a piana,
la magna Capitana,
là dov'è lo mio core nott'e dia.

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S'eo trovasse Pietanza

S'eo trovasse Pietanza
incarnata figura,
merzè li chereria
ch'a lo meo male desse alleggiamento;
e ben fazo accordanza
infra la mente pura
ca pregar mi varria,
vedendo l'umil meo agecchimento.
E dico: oi me lasso,
spero in trovar merzede?
Certo meo cor non crede,
ch'eo sono isventurato
plui d'omo che sia nato;
so che 'nver mi Pietà verria crudele.

Crudele e spietata
seria per me Pietate
e contra sua natura,
secondo zo che mostra meo distino,
e Merzede adirata
plena d'impietate;
che ò tale vintura,
ca pur diservo a cui servir non fino.
Per meo servir non vio
chc gioi mi si n'acresca,
nanti mi si rifresca
pena doglios'a morte
ciascun giorno più forte,
und'eo morir sento lo meo sanare.

Ecco pena dogliosa
che 'nfra 'l meo cor abonda
e spande per li membri
sì c'a ciascun nde ven soperchia parte.
Giorno non ò di posa
si non come 'n mar l'onda.
Core, che non ti smembri?
Esci di pene e da mi ti diparte,
c'assai val meglio un'ora
morir, ca pur penare,
poi che non pò campare
omo che vive in peni
nì gaugio li s'aveni,
nì pensamento ca di ben s'apprenda.

Tutti quei pensamenti
ca spirto meo divisa,
sunu pen'e duluri
senz'alligrar chi nu lli s'accumpagna;
e di manti tormenti
abundu in mala guisa,
chi 'l natural caluri
perdo, tantu lu cori sbatti e sagna.
Or si pò dir da manti:
"chi è zo chi nu mori
poi c'ài sagnatu 'l cori?"
Rispundo: "chi lu sagna
in quil mumentu 'l stagna,
nu per meu ben, ma proba sua virtuti".

La virtuti ch'ill'avi
d'alcirim' e guariri
a lingua dir nu l'ausu,
pir gran timenza c'agiu nu lli sdigni,
però prego suavi
Piatà chi mov'a giri
e faza in lei ripausu
e Merzì umilmenti si li aligni,
sì chi sia piatusa
ver mi, che non m'è noia
morir, s'illa nd'à gioia:
chè sol vivri mi placi
per lei servir viraci,
plu chi per altru beni chi m'avegna.
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