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Rimestanze


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Stefano D’ArrigoD’Arrigo Stefano
[ Alì Marina (ME) 15/10/1919 , Roma 02/05/1992 ]

AVEVI ALITO, UN CORPO

Ora come sirene e pesciluna
incurvano molli il mare Peloro.

Avevi alito, un corpo, eri un aliseo
fulvo nei sonni, negli estivi golfi
delle donne dove un fuoco greco arde.
Tu eri senz'anima, senza usura tu,
sempre in essere luce trafelata
nel corno che eclisse e luna soffiava,
quando al sommo del cielo un luminoso
uccello flesse l'aria ai girasoli,
tolse alone e una siciliana chioma.

da Codice siciliano


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ETÀ DELL'ORO

Oh età dell'oro, età dei figli
a picco di sé stessi cresciuti,
età dell'oro, alito di scirocco,
fiele, miele in lenzuoli di bucato.

Oh età, locusta d'oro, negra nube
che migra alle mie spalle annuvolando
questa infanzia d'avo d'Africa, la mia,
tesoreggiata di pepe e cannella,
con l'estro a cupola, la vita snella.

Oh età dell'oro, polline e locusta,
la madre sulla tua mappa è donna
mora e viene a noi con la mezzaluna,
veliero colmo di chiome e di grano.
Ma noi, noi tu virili qui ci voti,
baffuti come tuoi paladini in oro
e grumi di sangue sulle pale,
pittati un giorno che suoniamo vili
il corno, vinti da sete e da fame.

Contro la tua corazza di zecchino,
età cupa dell'oro, locusta
che sino al cuore qui depredi e cresci
questa mia razza dai lobi forati
per le sue fedi, io arabo e io svevo,
parole e fumi qui in Sicilia levo.

da Codice siciliano


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SUI PRATI, ORA IN CENERE, D'OMERO

Erano stati guerrieri con gli Dei,
da dieci anni amici miei, marinai
che io seguivo nei versi d'Omero
sopra il mare Peloro come vino,
dove una voce di seno si buscava
i favori del vento e la giornata,
la vita dei miei compagni e la mia.
La voce, la sua voce che ci chiama

nelle notti di luna sullo Stretto,
quando piangere s'odono i delfìni
sul nostro petto smorzandosi infine,

era di quella ovatrice in sospiri
che occhieggia molle flautando in mare,
lei madremaga che migra per casa
e ha un ventre dorato, una Pleiade.
Forse donna è fede in una casa
col suo profilo in tessendo e stessendo,
perpetuità una sirena forse,
una Fata Morgana in quella casa
di stanza in stanza ricordata a mare,
che al vano della finestra ricama
intorno al suo desiderio, al suo sguardo:
quell'uomo, il padre dei suoi figli, mentre
commosso guarda il fumo sopra il tetto.

A questo punto del viaggio, in Sicilia,
non siamo mai partiti, siamo attorno
a un fuoco d'inverno, in un familiare
odore di mele e fichidindia,
ascoltiamo la vita crepitare
come gemma nell'occhio della madre.
Viviamo in isola come in Eliso,
con un gallo che ci porta la luce

Nel becco come preda di delizie.
Insieme palpitiamo in un paese
che ciascuno riconosce come suo,
per un albero, il disegno d'un cuore,
un antico pensiero nel paesaggio,
panorama a ricordo dal balcone.
Sotto quel sole noi siamo spigati
che ora è la nostra armatura e spada,

in quella voce del nostro dialetto
che è miele sulle nostre ferite
e altro miele spalmato sulle zanne.
Dopo dieci anni, al mezzo dello Stretto,
ci gridiamo addosso la nostalgia
di quel profilo che tesse in Eliso,
del cane sulla soglia che ci aspetta
ormai per morire ai nostri piedi

in un breve rantolo di fedeltà.
Siamo a questo punto dove si muore
d'improvvisa dolcezza domestica,
se la soglia d'un grido sullo Stretto
si leva a voce di sirena e chiama
nella sera il nostro nome all'incanto,
donna da quella ringhiera di odori,
gelsomino o basilico, in Sicilia.

Qui, dove m'assomiglio, in patria,
sui prati, ora in cenere, d'Omero,
io da una guerra reduce, e da quante
un gran figlio mi ricorda mia madre,
perduto con lo scudo o sullo scudo,
desidero tornare spalla a spalla
coi miei amici marinai che vanno
sempre più dentro nei versi, nel mare.

da Codice siciliano


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TU CHE NEL MONDO
HAI PAROLA ANCORA


Più di tutti mortale, trafelato,
tu più solo sei vissuto nel giro
degli orologi fatti a mano,
le improvvise clessidre del tuo male
donde quaggiù colava così esatta
coi granelli di sabbia raggelata
la tua noia infinita ove ti disfi.

Oggi tu alzi le tue mani a scudo
sul tuo petto assalito dalla luce,
alzi la voce, oh lancia che difenda
da quel drago favoloso tra di noi.
Così tu muori inerme, ti sfiguri
nei nostri gridi quando è notte o volo
di corvi notturnanti nel tuo sguardo.

Ma tu, oltre il ventaglio delle donne, tu
paladino domestico che trionfi
in ugola e ago come il Santo Giorgio,
tu sullo scudo di tue virtù migri
sempre e ritorni nel tuo sguardo illeso.
Tu che nel mondo hai parola ancora,
sentimento, spada, infanzia e vessillo,
dicci se sopra la dolce ombra gridi,
se la scansi dal passo senza tregua
e nutri pena di lei come d’un altro
che indifeso e tuo solo s’inoltri
nelle regioni che nessuno esplora,
dove la sabbia fa orma memoria
e i cani intorno ai confini latrano
sulla tua traccia a nome dei fedeli.
Dicci, prego, se col piede allibito
propaghi oltre il mondo e la paura,
oltre la pelle a tamburo del drago,
la tua salma che patria si figura,
profilo d’urli a guglia, tu fatato,
da quella luce fendente spiccato.

da Codice siciliano


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OH IN ITALIA MEMORIA

Oh, in Italia memoria delle donne
che tortore impettite ai davanzali
improvvise si battono le cosce
scoppiando papaveri sottomano
e insegna di lussuria le rosse
vesti saracene sventolano
alla difesa dei passi strisciati
sui grecali lastrici dell’isola.

da Codice siciliano


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TAORMINA, MIA MIGNON

Taormina, mia Mignon, è dove mai
sempre s’arriva, pellegrini
dal cuore di rughe,
in tempo per vivere
« obliti/obliviscendi »
una seconda volta la vita.

da Codice siciliano


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