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Rimestanze


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Felice Bisazza Bisazza  Felice
[ Messina 29/01/1809 , Messina 30/08/1867 ]

La Preghiera

O tu che assunto alle celesti soglie,
Premi col bianco piè tempo e fortuna,
Deh guarda al loco, che il tuo velo accoglie,
Se ti scalda di noi pietade alcuna.

Vedi del nostro allor sparse le foglie,
E come innanzi sera il dì s'imbruna;
E come i tempi e le divise voglie
Cangiaro in tomba degli eroi la cuna.

Laddove il ciel più di lucenza prende,
Mentre ti avvolgi nell'eterno lume,
Prega alla patria tua le antiche bende.

Grazi d'elmo le trecce, e benchè china,
E caduta dall'alto e senza piume,
Senta nel petto ancor, ch'essa è regina!
___________________________________________________________________

La lontananza

Siccome rondinella sbigottita,
Lungi dall' amor suo, per la campagna
Se ne va tutta tacita e romita,
Ora sul lago, ed or su la montagna ;

Così lungi da te, mia dolce vita,
L'oppressa anima mia geme e si lagna;
E fra il dolore ed il desìo smarrita,
Chiede alla terra e al ciel la sua compagna.

E non v' a, loco riposato e fido,
Che non ascolti i miei dolci lamenti ,
Non erma valle e sola, o mesto lido.

Miro il tuo volto ne le stelle ardenti ,
Nella luna il tuo riso, e aneli' io sorrido ;
Guardo il mare, ti chiamo, e tu non sentì!
___________________________________________________________________

Per estinta fanciulla

Perchè dormì in quella bara
Frà giacinti e le mortella?
Perché appena ti rischiara
Una pallida facella?

Sorgi omai, fanciulla cara,
Che spuntò la prima stella ;
Tornerai dimani all'ara ,
Or la madre a lei ti appella.

Io noi posso — Iddio mi pose
In un sonno così puro ;
Fa eli' io dorma fra le rose !

Questo mondo è troppo oscuro ,
E in tal luce Iddio mi ascose ,
Che le tenebre non curo.
___________________________________________________________________

Ella languìa, ma nel suo sposo ancoro
L' occhio tenea teneramente fiso ;
Nè potendo parlargli, ad ora ad ora
Lo salutava con mesto sorriso.

Ed egli, che di lei tanto si accora,
Or lei guarda or la figlia, e par diviso :
La rivedrò pria che si faccia aurora,
O pur cosa sarà del paradiso ?

E la baciava e non piangea; ma quando
Senti come di eterne arpe una pia
Consonanza, ah dicea, tu vai mancando!

L'alma intanto, che candida fuggìa
Dal leggiadro suo velo , iva raggiando
Insiem coll'alba, che in quel punto uscia
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Atene al Re Ottone

Io che in spade cangiai le mie catene ,
E il vil turbante nel cimiero antico ,
Io son quella, o Signor; diceami Atene
L'età dei forti, Atene ancor mi dico.

Vedi ! di sangue ancor vote ho le vene,
E le chiome mi ha rase il mio nemico ;
Ma tu sorridi e spireran serene
Aure ai miei colli al tuo sorriso amico !

Schiava giacea , pur nei mìei sonni ognora,
Mi sognava regina ; or tu mi desti ,
Ottone, e i figli miei son greci ancora !

Sulle tombe dei prodi io t' alzo un trono,
Ti assidi, impugna la mia lancia, a questi
Voti sorridi, e dirò lieta: io sono!
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