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Rimestanze


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Felice Bisazza Bisazza  Felice
[ Messina 29/01/1809 , Messina 30/08/1867 ]

TONNO

Rompe il raggio di tremula aurora
E inargenta la queta marina,
Ed il verde dei monti colora
Di ch'è cinta la curva Messina,
E all'orezzo, che viene dal monte,
Un pittore solleva la fronte.

Quei che in negro mantello è serrato
Che ben largo cappello ha sul viso,
Ed è come quell'alba ispirato,
Chi è colui che al verone ravviso,
Là ve' sorge il guelfonio castello,
Ch'or di scalzi cremiti è l'ostello?

Un pensier lo rapisce-lo muove
La nuov'alba a novello lavoro ?
Nuovo raggio del ciclo in lui piove?
Oh chi è questi ? non è Polidoro?
Polidoro diletto alle genti,
Polidoro diletto ai potenti.

All' olezzo che spira dal monte
Caro come la vergin natura,
Ei levò l'ispirata sua fronte,
Come sole da nungola oscura -
Vago un estro con facili piume
Dell'aurora lo segue col lume.

Ei rimira le calabre rupi,
Che già imporpora il sole nascente,
E indorarsi i Nettunj dirupi
Nell'aurora ch'è fatta lucente,
E i laghetti del vago Peloro,
Che di fiamma lampeggiano e d'oro.

Di Cariddi e di Scilla crudele
Le ruine par dormano in pace,
E biancheggian da lungi le vele
Sopra un mar di navigli vorace ;
E si breve allo sguardo gli pare,
Che laguna il direbbe non mare.

Polidoro è rapito - il pennello
Colorir già vorrebbe quell'onda,
Già ritrarre il turrito castello,
E non lunge il terren che s'infronda...
Ma qual petto si unisce al suo petto?
Nol vedete? è il suo Tonno diletto .

Tonno oh ispirati, allor che la stella
Del mattino sul colle s'imbianca,
O alla luna , che un'alba è pur quella
Nel suo lume purissima e bianca,
O nell' aura che vergine spira
Quando il sole il creato inzaffira.

Ma ben altro, adorato Maestro,
Ispirava il tuo santo pennello,
Quando acceso con lagrime l'estro,
Ritraevi il santissimo Agnello
Fra un conserto di lance sul monte
Perdonando piegar la sua fronte.

Non il mar che dislagasi ai guardi,
Non i verdi di selva recinti,
Ma le spine la croce ed i dardi,
Ma la tromba che sveglia gli estinti,
Ma il vangel della vita di Dio,
Svegliar l'estro mestissimo e pio.

Polidoro è rapito- qual velo
È disceso sull' alta sembianza ?
Dalla terra sollevasi al cielo,
Dalla vita all'eterna speranza.
Tonno intanto in sé stesso raccolto,
A ben altro il pensiero ha rivolto.

Oh qual tetto fumoso e annerito,
Che una lampada accende d'intorno !
Perchè in quello uno stuolo s'è unito,
Che ha pensieri nemici del giorno,
Cupi infausti siccome gli uccelli,
Cui son nido le torri e gli avelli.

Perché avvolto nel grigio mantello
Sta con tre quel discepol diletto,
Che su al monte vicino al castello,
Il Maestro si chiuse nel petto?
Che pietoso volgendogli il ciglio
Il chiamava col nome di figlio ?

Ha fra mani una tazza esecrata,
Che riempie d'insano licore,
Del Maestro la morte ha giurata,
Ha gittato il rimorso dal core.
Tonno il disse, fia mio quell' argento,
E il maestro fra breve sia spento!

L' ha giuralo - e in quel tacito luoco,
Tra le fiamme di demoni ardenti,
Su di un cerchio di sangue e di fuoco,
De la lampa ai chiarori morenti,
L'ombra nera di Giuda fu vista
Vagolar malinconica e trista.

E col Giuda novello posarsi,
E nel nappo rimescergli sangue,
E sul cor di quell'empio gittarsi
Agghiacciandol col soffio dell'angue.
L' ha giurato quel crudo e da quella
Già s'invola tristissima cella.

Lento e muto siccome il delitto
Ei s'invia ne le splendide sale,
Ove in breve quell' uom fia trafitto,
Che diè ali' alma pittura nuov' ale ;
Un fiammante doppierò risplende,
Mentre un sogno felice il comprende.

Sogna ei forse di Carlo i trofei,
E gli arazzi e i begli archi, e i festoni,
Cui non vider simili gli Achei.
Nella fin de le forti tenzoni?
O pur vola in un sogno sublime,
Dell'eterna sua Roma alle cime ?

Il crudele quei sogni ha troncato ;
Vile ferro passò quella gola,
Che di fasce più vili ha serrato,
Pur togliendo l'estrema parola,
Che se uscita ella fosse, in un suono
Avria detto all'iniquo perdono.

Se di Tonno il rio nome ascoltate ,
Maledite, fanciulli, a quel nome :
E voi madri, quel nome imparate,
Per terror scompigliando le chiome;
E narrate siccome quel tristo
Penzolante da un laccio fu visto.
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L'AUTO-DA-FE
IL BANDITORE


Silenzio ! un' insegna per tutta una strada
S'innalza con sopra l'ulivo e la spada !
Silenzio ! ed in toga di rosso colore,
Di pifferi e tube fra il sordo rumore,
In mezzo una gente in porpora avvolta,
Su bianco cavallo , un uomo si ascolta!
« Al piano del santo Erasmo d'intorno,

« D'aprile nel sesto mestissimo giorno,
« Con squallide mitre, in cappe di fuoco,
« Ve' al tempio maggiore consacrasi il loco
« Fian arsi un' eretica e un empio ribaldo,
« Sorella Geltrude , et fra' Romualdo. »

Laddove torreggiala gotica sede.
Già sacra alla croce , già sacra alla fede ,
Con bruni berretti, con funebri stole,
Tre giudici immoli udir le parole,
Ed indi innalzando la scarna lor mano ,
Formaron tre croci guardando nel piano.

Da gente, che in rosso apparve vestita,
Si diè nei tamburi, la tromba fu udita :
E un prima ed un dopo tornarono adagio
Ai portici muli del sacro palagio;
E come via via sfilò quella schiera,
Sonò la campana tre volte preghiera!
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L'AUTO-DA-FE
LA CARCERE


In alia secreta cechissima oscura,
Con gli archi cadenti rosseggian le mura
Al raggio fumoso d'un torchio che avvampa;
E in fondo si vede la croce e una lampa;
Di ferro è la croce , la lampa è di creta:
È questa de' rei la carcer segreta.

Che attrezzi vi stanno ? Chi ben li discerne
Aculei, catene , tra funi e lanterne :
In misera coppa v' è d'acqua un sol sorso,
Un tozzo di pane ai mesti è soccorso.
In tunica bruna con faccia scarnata
Due monaci torvi vi stanno all'entrata!

È carcere o tomba? Due gelidi sassi
Vi mira chi dentro rivolge i suoi passi.
Precinta di bende , nel sacro suo velo
Gellrude si mira con gli occhi nel cielo.
E lungi dall' egra che i ceppi sostiene ,
V' è un altro che morde le gravi catene.

A' fianchi il cordone, cocolla ha sul viso,
Per funi cruente di sangue l' ha intriso.
Non piange, ma freme, le proprie ritorte
Imbianca di spume , sospira la morte !
Intanto una voce che accresce il terrore,
Esclama tornate, tornate al signore!

Geltrude risponde-lo veggo; è il mio sposo,
È Cristo in lui spero, in lui sol riposo :
Mi die la corona, mi disse sei mia,
O santa Geltrude, novella Maria,
Tacete, già chiusa in nube d'argento
Rapire mi veggo, rapire mi sento !

«E tu Romualdo , bruciato sarai,
« Nè un sozzo feretro in morte ti avrai ;
« La polvere ai venti, e ardente in eterno
« Fia l' anima tua nel fondo all' inferno :
« E scisse in balia dei rapidi venti
« Andran le vostr' ossa, o spirti frementi.»
«E bene,» risponde «le carni arderete
« Di un manto di pece coprirmi vedrete,
«Dimani; ma l'altro, ma l'altro dimani
« Vedrammi Palermo, che or crede agl' insani ,
«Fra un popol di sante milizie celesti
« Su carro di luce, in candide vesti. »

Pentiti non sono-la porta si chiude,
Rimain Romualdo, vi resta Geltrude.
Le torce son spente, né un lume più avvampa,
Sol arde nel fondo morente una lampa;
L'aerea campana soltanto si ascolta
Sonar la preghiera per l'ultima volta.
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L'AUTO-DA-FE
L' ESECUZIONE


A lunghi rintocchi i bronzi devoti
Dei inesti fedeli invocano i voti.
Di nere corline ogni ara è parata,
All'Atto di fede quest'alba è sacrata.
Venite fanciulli, o vecchi accorrete
O madri piangete, o madri piangete !

Con negre bacchette, del gran tribunale
Sen va la congrega al loco fatale ;
Sen vanno i tre giudici, per Cristo feroci,
Raggianti di aurate santissime croci,
Ricinti di prenci, di duchi e baroni ;
Ornati i cappelli di negri cordoni.

Coperti di veste di candida tela,
In mano tenendo accesa candela,
Azzurro l'ammanto, azzurri i cappelli
Sen van dell'Assunta i mesti fratelli ;
E innanzi di quella lunghissima schiera
Ondeggia la santa temuta bandiera.

E mille e poi mille, procedono intanto
In tunica avvolti, bagnati di pianto !
Le croci bendate si veggon d'un velo,
Che piangesi in terra, che piangesi in cielo;
Quel mesto silenzio sol rotto è da un lento
Di tube e tamburi lugubre concento.

Tra cento facelle, o vista crudele !
In abito giallo, con gialle candele!
Orbate di luce , con mitre sù in testa,
Dipinti di morte, in aria assai mesta,
Si veggono venti, che tinse eresia
Del fosco suo lume, proceder per via.

I due che ricinti van d'infule nere
Sui carri sedenti, fra torce e bandiere,
In vesti sozzate di negro bitume,
Dipinte di fiamme di orribile lume,
È il falso profeta, la santa bugiarda,
Che il popolo accenna, che ognuno sogguarda.

Un largo si vede recinto d'intorno,
Un palco di veli nerissimi adorno ;
Scintillano in mezzo divampan due faci,
Fan lume tremendo due tetre fornaci :
E in mezzo di quelle , oh vista d'affanno !
Gli eretici insieme spirare dovranno.

Si miran nel mezzo entrar cavalieri
Con ricche gualdrappe su gli alti destrieri:
E par che la morte insieme al peccato
Passeggi nel centro dell'ampio steccato.
Quel cupo silenzio sol rotto e da un santo
Di funebri preci mestissimo canto.

Fra palchi coperti di porpora e fiori,
Un grande si asside tra prenci e signori.
Gemmata una croce sul petto gli splende,
E al rogo di sangue, e al popolo intende,
A lui che del regno le redini aggira ,
Il popol tacente da lungi rimira.

Tre volte una tromba nel piano è suonata,
La croce tremenda già pare svelata ;
Nell'ampio recinto ancora tu ascolti,
« Pentitevi o stolti, pentitevi o stolti, »
Pentiti non sono : fin gli angeli santi
Sospesi nell'aria si sciolgono in pianti !

Già s'alzan le fiamme... un grido... e par Dio
Nel giorno dell'ira, che dice-son io-
Già s' alzan le fiamme, ma un nugol di sangue
Si leva dall'arso cadavere esangue,
E in mezzo alla nube che al cielo si affretta,
Il popol vi legge - verrà la vendetta !-

Al piano del santo Erasmo d'intorno
Nel sesto di aprile mestissimo giorno,
In squalide mitre, con cappe di fuoco,
Ve' al tempio maggiore consacrasi il loco,
Fur arsi un'eretica, un empio ribaldo,
Sorella Gellrude e fra' Romualdo.
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CAPO DI MONTE

Beato monte ! io nel mirarti sento
Ineffabil dolcezza
E mia musa, ch' è solo al pianto avvezza,
Prorompe in un dolcissimo concento.

O poggetti odorati,
Che inghirlandate questo dolce loco,
Oh come mai nei vati
Purissimo svegliate arcano foco !

Beato monte !
O l'aurea luna le tue vette imbiondi
O il sol dei raggi suoi t' orni la fronte !

Ah pria ch'io mova in altre piagge, ah voi,
Care fanciulle, un fiore
Donate al mesto pellegrin cantore,

Ei cingerà la fronte
Del caro fior del monte !
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LA PAZZA

Chi è quella fanciulla col crine disciolto ,
Che d' oro ha le trecce, ma pallido il volto ,
Che canta seduta vicino al ruscel?

Or tesse ghirlande e infiora la testa,
Or bianca qual neve la copre una vesta,
Or gli occhi piangenti si asciuga col vel !

Perché la romita intorno alle sponde
Del siculo mare, favella coll'onde
Ed agita il velo e muove la man?

Laddove s'innalza la bruna torretta ,
Che domina il mare sull' ispida vetta ,
Perchè l'infelice guardando va il pian ?

Or beve di latte ricolma una tazza,
Or ride or lamenta, la dicon la pazza ,
E tutto il villaggio la chiama cosi.


Allor che la squilla che annunzia la sera,
Richiama su i labbri solinga preghiera,
Perché l'infelice desidera il dì ?

Piangete ! dall'urna un nome è sortito
Di quei che sperava avere a marito ,
Sperava, ma Imene la face smorzò.

Gli han tolto dal capo il rozzo berretto,
Gli posero invece un lucido elmetto ,
Invece di falce l'acciar gli toccò !

Lo vide la sera nei bellici arnesi,
All'alba fu tratto in altri paesi ;
Con altri fratelli fu tratto a pugnar.

Oh mesta! l'altare, l'anello sognava,
Le mistiche faci le rose sperava,
E invece toccolle eterno penar !

Lo vide dal monte svanir sul naviglio,
E appena seguirlo poteva col ciglio ,
Seguirlo coi voti di un misero cor!

Quel volto di rosa pria neve divenne,
Poi smorto si fece — la misera svenne ,
Ed ahi per due lustri languì di dolor !

Nei tristi deliri or tende mirava,
Or lance e cavalli, or trombe ascoltava ,
Or suon di tamburi, di corni rumor.

Si alzò da quel sogno... non fossesi alzata!
Svegliossi; ma il senno smarrì la svegliata,
Ahi pazza divenne per fiamma di amor !

E pure quel viso cosi scolorito ,
Quel sempre sognarsi le nozze e il marito,
Quel correr solinga sul monte ed al pian ;

Quel cinger di fiori la povera testa ,
Quel mesto cantare quel ridere mesta ,
Son cose che bella nel duolo la fan.

Oh tu che la miri, di nube coperto ,
Bell' angel custode , le togli quel serto
Di spine crudeli, ti muovi a pietà.

Dall' urna tua d' oro un balsamo amico
Sul capo le infondi, nel core pudico ;
Il senno le torna, o dunque morrà.

Rimugghia il cannone, un legno già viene,
Gremite di gente si veggon le arene ,
N'esulta il villaggio, già Carlo arrivò.
Partì giovinetto, or torna più bello,
Ritorna vestito di ricco mantello,
Oh dopo tant' anni la patria il mirò !

Oh gioja! tra' bianchi capelli del padre,
Fra il dorso già curvo di trepida madre ,
Che dolce risalto fa quella beltà !

Ma quasi sdegnosa di un ricco cimiero,
Perché quella fronte s'increspa a un pensiero?
Oh dopo tant' anni che mai cercherà ?

Di mille pastori fra un lieto saluto,
Perché quel guerriero dimostrasi muto ?
» La pazza la pazza un grido sonò.

» La pazza! nè mai dal correre è stanca!
» Vedete che veste del giglio più bianca !
» Vedete che fiori al crin si adattò !

La vide, e fu un lampo gittarsele in braccia
Di baci coprirla.... La pazza lo scaccia,
Ahi più nol conosce ! vedete pietà !

Oh senti, e la stringe, e amore le giura,
Per Dio per la madre, pel ciel l'assicura,
Ed ella ridendo, — oh vattene là —


« Oh senti bell'uomo! l'hai visto fu, Carlo? »
E or canta, or sorride, or segue a mirarlo ,
Or donagli un fiore , or dice , crudel !

Ed egli ne spera, amante infelice !
La pazza si scuote, malvagio gli dice ,
I fiori calpesta, e lacera il vel !

Ed egli — oh conosci, conosci il tuo fido,
Che pieno di amore ritorna al suo lido ,
Oh tocca il mio viso, rimirami almen !

Ahimè lo conosce.... ma tanto stupore
La inebria di un sogno ridente di amore,
Da cui si risveglia con volto seren.

Serena, ma trista! — quest'anima mia
Oh troppo qui giacque in lunga agonia ,
— Oh vedi, mio bene ! il cielo si aprì !

Io sento chiamarmi, mi manca la voce,
O Carlo, mi abbraccia.... mi reca una croce!
Ti acquisto, ma moro..... e cadde e morì.
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