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Rimestanze


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Federico IIFederico II
[ Jesi 26/12/1194 , Castel Fiorentino 13/12/1250 ]

De la mia disïanza

De la mia disïanza
c'ò penato ad avire,
mi fa sbaldire - poi ch'i' n'ò ragione,
chè m'à data fermanza
com'io possa compire
[ lu meu placire ] - senza ogne cagione,
a la stagione - ch'io l'averò ['n] possanza.
Senza fallanza - voglio la persone,
per cui cagione - faccio mo' membranza.

A tut[t]ora membrando
de lo dolze diletto
ched io aspetto, - sonne alegro e gaudente.
Vaio tanto tardando,
chè paura mi metto
ed ò sospetto - de la mala gente,
che per neiente - vanno disturbando
e rampognando - chi ama lealmente;
ond'io sovente - vado sospirando.

Sospiro e sto '[n] rancura;
ch'io son sì disioso
e pauroso - mi face penare.
Ma tanto m'asicura
lo suo viso amoroso,
e lo gioioso - riso e lo sguardare
e lo parlare - di quella criatura,
che per paura - mi face penare
e dimorare: - tant'è fine e pura.

Tanto è sagia e cortise,
no creco che pensasse,
nè distornasse - di ciò che m'à impromiso.
Da la ria gente aprise
da lor non si stornasse,
che mi tornasse - a danno chi gli ò offiso,
e ben mi à miso - [ . . . -ise]
[ . . . -ise] - in foco, ciò m'è aviso,
che lo bel viso - lo cor m'adivise.

Diviso m'à lo core
e lo corpo à 'n balìa;
tienmi e mi lia - forte incatenato.
La fiore d'ogne fiore
prego per cortesia,
che più non sia - lo suo detto fallato,
nè disturbato - per inizadore,
nè suo valore - non sia menovato,
nè rabassato - per altro amadore.
___________________________________________________________________

Poi ch'a voi piace, amore

Poi ch'a voi piace, amore,
che eo degia trovare,
faronde mia possanza
ch'io vegna a compimento.
Dat' agio lo meo core
in voi, madonna, amare,
e tutta mia speranza
in vostro piacimento;
e non mi partiragio
da voi, donna valente,
ch'eo v'amo dolzemente,
e piace a voi ch'eo agia intendimento.
Valimento - mi date, donna fina,
chè lo meo core adesso a voi si 'nchina.

S'io inchino, rason agio
di sì amoroso bene,
ca spero e vo sperando
c'ancora deio avire
allegro meo coragio;
e tutta la mia spene,
fu data in voi amando
ed in vostro piacire;
e veio li sembianti
di voi, chiarita spera,
ca spero gioia intera
ed ò fidanza ne lo meo servire
a piacire - di voi che siete fiore
sor l'altre donn' e avete più valore.

Valor sor l'altre avete
e tutta caunoscenza,
ca null'omo por[r]ia
vostro pregio contare,
che tanto bella sete!
Secondo mia credenza
non è donna che sia
alta, sì bella, pare,
nè c'agia insegnamento
'nver voi, donna sovrana.
La vostra ciera umana
mi dà conforto e facemi alegrare:
s'eo pregiare - vi posso, donna mia,
più conto mi ne tegno tuttavia.

A tutt[t]or vegio e sento,
ed ònne gra[n] ragione,
ch'Amore mi consenti
voi, gentil criatura.
Già mai non n'ò abento,
vostra bella fazone
cotant' à valimenti.
Per vo' son fresco ognura;
a l[o] sole riguardo
lo vostro bello viso,
che m'à d'amore priso,
e tegnol[o]mi in gran bonaventura.
Preio à tuttura - chi al buon segnore crede
però son dato a la vostra merzede.

Merzè pietosa agiate
di meve, gentil cosa,
chè tut[t]o il mio disio
[ . . . . -ente];
e certo ben sacc[i]ate,
alente più che rosa,
che ciò ch'io più golio
è voi veder sovente,
la vostra dolze vista,
a cui sono ublicato,
core e corp' ò donato.
A[l]ora ch'io vi vidi primamente,
mantenente - fui in vostro podere,
che altra donna mai non voglio avere.
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Misura, providenzia e meritanza

Misura, providenzia e meritanza
fanno esser l'uomo sagio e conoscente
e ogni nobiltà bon sen[n]'avanza
e ciascuna ric[c]heza fa prudente.

Nè di ric[c]heze aver grande abundanza
faria l'omo ch'è vile esser valente,
ma della ordinata costumanza
discende gentileza fra la gente.

Omo ch'è posto in alto signoragio
e in riccheze abunda, tosto scende,
credendo fermo stare in signoria.

Unde non salti troppo omo ch'è sagio,
per grande alteze che ventura prende,
ma tut[t]ora mantegna cortesia.
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