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Rimestanze


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Jacopo Mostacci
[ Pisa/Messina 1260 , ]

Amor ben veio che mi fa tenire

Amor ben veio che mi fa tenire
manera [e] costumanza
d'aucello c'arditanza - lascia stare:
quando lo verno vede sol venire
ben mette 'n ubrianza
la gioiosa baldanza - di svernare,
e par che la stagione no li piacc[i]a,
chè la fredura inghiacc[i]a;
e poi, per primavera,
ricovera manera
e suo cantare in[n]ova e sua ragione.
Ed ogni cosa vuole sua stagione.

Amor, lo tempo che non m'era a grato
mi tolse lo cantare;
credendo megliorare - io mi ritenni.
Or canto, chè mi sento megliorato,
ca, per bene aspet[t]are,
sollazo ed allegrare - e gioi mi venni
per la piu dolze donna ed avenante
che mai amasse amante,
quella ch'è di bieltate
sovrana in veritate,
c'ognunque donna passa ed ave vinto,
e passa perle, smeraldo e giaquinto.

Madonna, s'io son dato in voi laudare
non vi paia losinga
c'amor tanto mi stringa - ch'io ci falli;
ch'io l'agio audito dire ed acertare
sovran' è vostra singa
e bene siete dinga - senza falli,
e contolomi in gran bona ventura
si v'amo a dismisura;
e s'io ne son sì lic[c]o
ben me ne tegno ric[c]o
assai più ch'io non sao dire in parole.
Quegli è ric[c]o c'ave ciò che vuole.

Donna e l'Amore àn fatto compagnia
e teso un dolce laccio
per met[t]ere in sollacc[i]o - lo mio stato;
e voi mi siete, gentil donna mia,
colonna e forte braccio,
per cui sicuro giaccio - in ogne lato.
Gioioso e baldo canto d'alegra[n]za,
c'amor m'è scudo e lanza
e spada difendente
da ogni maldicente,
e voi mi siete, bella, roc[c]a e muro:
mentre vivo per voi starò sicuro.
___________________________________________________________________

A pena pare ch'io saccia cantare

A pena pare ch'io saccia cantare
nè gioi mostrare ch'eo degia placire,
c'a me medesmo credo esser furato
considerando lo breve partire;
e se non fosse ch'è più da laudare
quell'om che sa sua voglia coverire,
quando gli avene cosa oltra suo grato,
non canteria nè faria gioi parire.
E però canto, donna mia valenti,
ch'eo so veracementi
c'assai vi gravaria di mia pesanza;
però, cantando, vi mando allegranza,
chè crederete di me certamenti,
poi la vi mando, ch'eo n'agio abondanza.

Abondanza non n'ò, ma dimostrare
vogliol'a voi, da cui mi sol venire,
ch'eo non fui allegro mai nè confortato
se da voi non venisse, a lo ver dire.
E sì come candela si rischiare
prendendo foco e dona a altrui vedire,
di questo son per voi adottrinato
ch'eo canto e fac[c]io ad altrui gioi sentire.
Ma però canto sì amorosamenti
a ciò che sia gaudenti
lo meo coragio di bona speranza,
ca s'eo son sofretoso d'abondanza
sarò, madonna da voi mantenenti
ricco a manente di gioi e di bombanza.

Di bombanza e di gio[ia] sol[l]azare
averia plenamente meo volire;
ma un disio mi tene occupato:
quale aver soglio lo pogo cherire.
E sì com'eu son dutto ad aquistare
così son dutto, donna, a mantenire,
che dentr'al cor sta sì imaginato
c'altro non penso nè mi par vedire.
E so c'avete fatto drittamenti
s'io non sento tormenti,
sì ne sent'eu gran gioi e allegranza;
però quando risento la gravanza,
[che] contene la gioi che fue presenti,
parte da pena la mia rimembranza.

La rimembranza mi fa disiare
e lo disio mi face languire
[per] ch'eo non sono da voi confortato.
ca per voi l'aio e per voi penso avire
tosto por[r]ia di banda pria tornare.
Como di Pelio non por[r]ia guarire
quell'om che di sua lancia l'à piagato
se non [ri]fina poi di riferire,
così, madon[n]a mia, similementi
mi conven brevementi
ac[c]ostarme di vostra vicinanza,
ch'è la gio[i] là 'nde colsemi la lanza.
Con quella credo tosto e brevementi
vincere pena e stutar disïanza.

La disïanza non si pò astutare
senza di quel che nd'ave lo podire
di ritenere e di darmi cumiato
como la cosa si possa compire.
Donqua, meglio conven merzè chiamare
che ci provegia e no lassi perire
lo suo servente di gioi prolungato,
c'a fino amore faria displacire.
Ed io son certo che nd'è benvoglienti,
c'Amor gioi li consenti
ch'ell'è gioioso e di gioi con crianza;
ond'eo [n]di spero aver con sicuranza
quello che gli adomando alegramenti,
poi ch'ell'è criator di 'namoranza.
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Umile core e fino e amoroso

Umile core e fino e amoroso
già fa lungia stagione c'ò portato
buonamente ad Amore:
di lei avanzare adesso fui penzoso
oltra poder, e, s'eo n'era af[f]an[n]ato,
no nde sentia dolore:
pertanto non da lei partia coragio
nè mancav' a lo fino piacimento
mentre non vidi in ella folle usagio,
lo qual l'avea cangiato lo talento.

Ben m'averia per servidore avuto
se non fosse di fraude adonata,
per che lo gran dolzore
e la gran gioi che m'è stata rifiuto;
ormai gioi che per lei mi fosse data
non m'averia sapore.
Però nde parto tutta mia speranza
ch'ella partì da pregio e da valore,
chè mi fa uopo avere altra 'ntendanza
ond'eo aquisti ciò ch'eo perdei d'amore.

Però se da lei parto e in altra inanto
no le par grave nè sape d'oltragio,
tant'è di vano affare;
ma ben credo savere e valer tanto
poi la soglio avanzare, ca danagio
le saveria contare.
Ma no mi piace d'essa quello dire,
ch'eo ne fosse tenuto misdicente,
c'assai val meglio chi si sa partire
da reo segnor e alungiar bonamente.

Om che si part' e alunga fa savere
da loco ove possa essere affan[n]ato
e trane suo pensero;
und'eo mi parto e tragone volere
e doglio de lo tempo trapassato
che m'è stato fallero;
ma non mi '[n]spero, c'a tal segnoria
mi son servato, ca bon guidardone
averagio per zo che no[n] obria
lo ben servent' e merita a stagione.
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Mostrar vor[r]ia in parvenza

Mostrar vor[r]ia in parvenza
ciò che mi fa allegrare
s'ausasse adimostrar lo mio talento;
tacer mi fa temenza,
ch'io non auso laudare
quella in cui è tut[t]o compimento.
Come quelli che gran tesauro à 'n baglia
e no lo dice, anzi n'è più argoglioso
e sempre n'à gran' gioia con paura,
così ad ogn'ura
lo grande ben c'Amore m'à donato
tegno celato,
vivonde alegro e sonde più dottoso;
e chi non teme, non ama san faglia.

Voglia tanto m'abonda
che temo lungiamente
no la posso covrir nulla manera,
ca 'n me par che s'asconda
troppo isforzatamente
amor di core che no pare in ciera,
e poi ch'io fosse da tal donna amato,
com'eo, che se contare le volisse
le sue belleze, certo non por[r]ia,
poi si savria
qual' este quella donna per cui canto:
ond'io infratanto
celar lo vo', c'a morte no venisse,
chè buon tacere a dritto no è blasmato.

Amor si de' celare
per zo che più fine ene
ca nulla gioi c'a esto mondo sia;
e 'n lui tal cosa pare
che già d'altrui no avene:
c'ogn'om golea fama e segnoria,
ed egli, ove più pote, più s'asconde:
se vene in pala perde sua vertute
medesmamente a colpa de l'amante.
Però c'avante
de' omo andare in cosa che ben ama,
ca per ria fama
gran gioe e gra[n] ric[c]heze son perdute
e re[a] parola gran fatto confonde.
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