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Rimestanze


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Giovanni PascoliPascoli Giovanni
[ S.Mauro di Romagna (Forlì) 31/12/1855 , Bologna 06/04/1912 ]

Il bordone

Si tagliò da una siepe - era un mattino
triste ma dolce - il suo bordone, e, volta
la fronte, mosse per il suo cammino.

Sì: mosse. E quella era la siepe folta
d'un camposanto, ed era il camposanto,
quello, dove sua madre era sepolta.

D'allora ha errato. Seco avea soltanto
il suo bordone. E qua tese la mano,
e qua la porse. E ha gioito e pianto.

E vide il fiume, il mare, il monte, il piano:
tutto: e a tutto era più presso il cuore
di quanto il piede n'era più lontano.

Disperò sui tramonti, e su le aurore
sperò; sì che la via sempre riprese.
Vuoto era il frutto, ma soave il fiore.

Sopra la soglia d'infinite chiese
pregò. Vide infiniti uomini: alcuno,
Raca! gli disse, ed altri, Ave gli rese:

scòrsero i più, come su lago bruno
ombra di nube nera presso nera
ombra di nube. E fu tutto e nessuno.

Sì ch'ora è stanco. Ed è, ora, una sera
triste ma dolce. E sta, come una volta,
presso una siepe. E questa è ancor com'era.

Ché fermo è là, presso la siepe folta
d'un camposanto; e questo camposanto
è quello dove è sua madre sepolta.

Egli è quel ch'era, ma il suo corpo è franto
dall'error lungo; e nel suo cuore è vano
ciò che gioì, ma piange ciò che ha pianto.

E sta, vecchio e canuto, con la mano
sul bordone d'allora. Ed ecco, vede
che da quel giorno radicò pian piano,

il suo bordone, e che visse, e che diede
già fiori e foglie: sotto le sue dita
germinò, radicò sotto il suo piede.

E gli resta una foglia inaridita
che trema. E il vento soffia. E il pellegrino,
curvo sopra la immobile sua vita,

par che muova ora, per il suo cammino

da Il bordone - L' aquilone


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La quercia caduta

Dov'era l'ombra, or sé la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo: era pur grande!

Pendono qua e là dalla corona
i nidietti della primavera.
Dice la gente: Or vedo: era pur buona!

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell'aria, un pianto... d'una capinera

che cerca il nido che non troverà.

da Il bordone - L' aquilone


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L' aquilone

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:

un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...

sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.

S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?

Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l'orazïoni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento.
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda

tua madre... adagio, per non farti male.

da Il bordone - L' aquilone


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Il sepolcro
Lasciate il sepolcro alla carie
che roda anche il nome a chi giace;
velato da parïetarie
non resti che… pace…

S’attorcano insieme i vilucchi,
si strascichi il rovo e la vite
salvatica; e il vento v’ammucchi
le foglie marcite.

Un giorno verrà… Ma quel giorno
che strazi di fiori! che strappi
di ricci! che sperpero intorno
di candidi pappi!

Lasciate quell’edera! Ha i capi
fioriti. Fiorisce, fedele,
d’ottobre, e vi vengono l’api
per l’ultimo miele.

Che resti sospesa ai due bracci
di sasso muffito! Oh! non nuoce!
Lasciate che ancora l’abbracci
la vecchia mia croce!

da Odi


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L' aurora boreale
Ai miei primi anni… infermo ero e lontano
da tombe amate… udivo dei compagni
il suon del sonno, uguale e piano,
sommosso da improvvisi lagni;

e, solo, e come chi non sa se giunga
mai, troversava con il mio martirio
io tutta l’oscurità, lunga,
con, sopra, il fisso occhio di Sirio.

E nella notte giovinetto insonne
vidi la luce postuma, lo spettro
dell’alba: tremole colonne
d’opale, ondanti archi d’elettro.

E sotto i flessili archi e tra le frante
colonne vidi rampollare il flutto
d’un’ampia chiarità, cangiante
al palpitare del gran Tutto.

Ti vidi, o giorno che dalla grande Orsa
inopinato esci nel cielo, e trovi
le costellazïoni in corsa
dirette a firmamenti nuovi!

Ti vidi, o giorno che su l’infinita
via delle nebulose ultime e sole
appari. M’apparisti, o vita
che splendi quando è morto il sole.

Un alito era, solo, per il miro
gurge, di luce; un alito disperso
da un solo tacito respiro
e che velava l’universo:

come se fosse, là, per un istante,
immobile sul sonno e su l’oblio
di tutti, nella sua raggiante
incomprensibilità, Dio!

da Odi


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La favola del disarmo
Il mandriano dell’Aràm riposa.
È questa l’ora che ciò ch’era in cielo
di nubi fosche, trascolora in rosa:

l’ora, che appressa ciò ch’è lungi: un velo
vela il presente, un raggio è sul passato;
ombra al deserto, luce sul Carmelo:

l’ora, o pastore del deserto ombrato,
che al tuo ricordo appressa ciò ch’è morto,
ed al tuo sonno ciò che non è nato.

Tu dormi: è pace. Ma qual urlo è sorto
rauco dall’ombra? Oh! tu dormi. Le fiere
bevono insieme a non so qual Marmorto;

scesero a bere acqua di pace, a bere
acqua d’oblìo. Perciò non temi: un’onda
sola è comune a tigri ed a pantere.

Bevono: veglia la pupilla tonda,
mentre le lingue rosse come brace
leccano l’acqua che dal muso gronda.

Pastore errante, e tu non vegli: è pace:
ogni belva disarma ora gli unghioni,
disarma l’odio del suo cuor pugnace…

No! veglia veglia! Accendi i fuochi, i buoni
fuochi, in cui grande è l’umile virgulto!
Non senti come un brontolìo di tuoni?

Un bramito, un grugnito ed un singulto
di sangue: voci d’ira irrequïete:
ed ecco arde la rissa, arde il tumulto,

la guerra! Nelle cupe ombre segrete
arde la guerra: l’acqua della gora
non è bastata a tutta quella sete.

Ora, silenzio. Ma tu veglia ancora;
nutrisci il fuoco buono ed infinito;
veglia ed aspetta il raggio dell’aurora!

Qualcuno viene; solo uno: fuggito
o vincitore? Tacquero le iene.
Un urlo tuona; solo, ma ruggito;

ed è sol uno, ma leon, che viene.


da Odi


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