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Lucia Girlanda
[ Messina 1941 , Torino 1978 ]

Rimestanze

hi, come la sottoscritta, si diletta a scrivere versi, dovrebbe avere una fondamentale arcigna insofferenza per quelli altrui, seppure la traduca talvolta in stucchevoli complimenti e panegirici in occasione di doni di versi, odi «gare» di versi a premi.
Per quanto mi riguarda sento, solitamente, diffidenza e se del caso feroce insofferenza qualora la poesia (per quanto possa valere il mio godimento) mi appaia scadente, banale addirittura quanto o più della mia! C'è un copiosissimo poetare in giro che nulla ha a che vedere con la poesia che nel cuore dei poeti più riguardosi alberga come inesplicabile categoria dell'animo.
Scoprire i versi di Lucia Girlanda è stato un bel dono fattomi da un comune amico, e da allora (poco più di due anni) la sua poesia me la porto con me, la conosco, la leggo, la lascio spesso con paura.
a paura della poesia di Lucia scaturisce dalla sua beffarda apparente semplicità, che ti tende l'agguato di non lasciarti la mente tanto presto, quasi un cerchio alla testa.
Le sue piccole, nitide comuni parole da «vecchia» trentenne quale lei era (vecchia come matura, sapiente, anche saccente, come tutti curiosi; e tutti i poeti sono forse curiosi e saccenti poiché fiutano l'aria alla ricerca di un nome per cose che già sanno che esistono).
La ricerca del nome delle cose è stata, a mio immediato avviso, per questo poeta, una cogente ossessione e al contempo la trama della sua vita, con gli attimi della vita: la tristezza e la risata; l'ironia e l'amarezza iperbolica che sapeva ridiventare gioco se non anche nitida gioia.
A volte arriva come un tocco di grandine, la parola di Lucia, o il nome delle cose di cui dicevamo, tra i suoi stessi versi, e quel coccio dì grandine subitaneamente risboccia infiore.
Qui ho rinvenuto la grandezza ma soprattutto la diversità e l'essenza di vero poeta di Lucia. In questa leggerezza apparente della parola, nei suoi guizzi e nel suo capacissimo funambolismo nel trattarla dal basso all'alto, nel trarla dalle cose del giorno («la lingua in salsa verde»), anche dal «soggiorno» e dalla cucina e portarla in alto, poi vorticosamente farla ricadere e trasfigurarla in riso e se non mai in ordinaria risata.
rattasi certamente dei confessati flutti di «letterarie malie», «ardore ardente», «allitterazione possente», come ella stessa ha detto in «Invenzione, Disposizione, Elocuzione» (dalla raccolta «Le indolenti note», 1967 -1975).
Come su di un sipario scespiriano si muovevano le sue creature imbellettate e tragiche per ogni scena; a volte orride (amava Byron?, vedi la prefazione di V. Gabrieli alla silloge postuma). Lucia insegnava in un liceo torinese, e collaborava con la Casa editrice Utet. Tra le «tante patrie della sua anima» a-veva sempre Messina oltre ad Oxford, Firenze e Roma.
L'illustre critico Barberi Squarotti, come è noto, torinese, ha pure parlato di «danza macabra», di «dissolvenze semantiche» della morte o della «signora ostile», (forse morte della parola o delle cose, aggiungerei), ma chi scrive non se n'è accorta.'La danza delle parole con Lucia è vorticosa ma non è morte, e la morte per il poeta, d'altra parte, è dissoluzione e contemporanea trasfigurazione. V'è in questo concetto l'intima coerenza che la dissoluzione è delle cose, e la trasfigurazione è nella! parola che lievi rende lei cose e in definitiva sterni pera la fatica del vivere.
olo la parola può rinascere dalla sua stessa morte, e tramutarsi, frantumandosi, in mille altre parole, e realtà e, in ultimo,) in mille altre possibilità è occasioni: le «occasioni»; che sono la vita, e non finendo la eternizzano. Un pietoso quanto antico tentativo dell'anima di superare la morte, disciplinane do anche, con gentilezza e calviniana leggerezza la mente: anche questa è antica illusione, che la mente a cavallo dell'anima possa sorvolare la morte. Ma la morte attendeva Lucia a! Torino a soli 37 anni.
Ella però scrivendo quelle parole lasciò fedeli, forse discepoli. Una di certo l'ha lasciate e sono io, che mi porto sotto braccio i suoi versi e spesso li assaporo gustandone l'eleganza, la maestria, la dolcezza, anche la luce, negli altri; menti opachi attimi dell'esistenza.
È anche questo il piccolo indice d'essere stati autentici poeti. Che un verso passi per la mente di un altro dopo la nostra morte, e che da un nostro verso ne nascano tanti altri. E allora aveva ragione Lucia, che le parole non muoiono.

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