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Maria Giacobbe
[ Messina 12/03/1960 , ]


ive e lavora a Messina con studio in Via A. Saffi n. 78, laureata in Architettura presso l'Università degli Studi di Reggio Calabria, diplomata in pittura presso l'Accademia "Mediterranea" di Messina, esercita la libera professione ed insegna all'Accademia di Belle Arti Mediterranea di Messina.

PRINCIPALI MOSTRE PERSONALI E PUBBLICAZIONI

  • 2003 Messina, chiesa Santa Maria Alemanna mostra dal titolo Immaginazione, con catalogo edito da "Il Gabbiano", con testi di Maria Francillo e Lucio Barbera, con la recensione di Grazia Tardiolo sul settimanale "Centonove".
  • 2004 Taormina, Fondazione Mazzullo Palazzo Duchi di Santo Stefano, presentata dal Prof. Fasanella, con la recensione di Crisostomo Lo Presti nella "Gazzetta del Sud" (1 maggio 2004) e nella rivista "Taormina Capitai" (primavera-estate 2005).
  • 2005 Udine, presso la Galleria d'Arte La Cantina, partecipazione alla rassegna d'Arte "Artisti del sud"
  • 2005 pubblicazione del Libro d'Arte "La foresta inestricabile" con poesie di Mario Luzi, testi di Maria Francillo e dello Storico dell'arte Fiorella Nicosia, edito da "Il Gabbiano", presentato: a Messina, da Sergio Palumbo e Maria Francillo al salone del libro presso la fiera di Messina; a Roma, da Jori Fiammetta, Caterina Trombetta, Carla Ricci alla manifestazione "I libri che non bruciano" presso il Complesso Monumentale S.Spirito in Saxia; a Firenze, da Caterina Trombetti, Maria Francillo, Roberto Pasquali presso il Caffè Storico Letterario "Giubbe Rosse" ; a Firenze, dal dott. Panicate dell'Università di Udine, il critico J. T. Spike presso la libreria Einaudi.
  • 2006 Ragusa Ibla 2° premio con l'opera "Frammento" al 1° Concorso di Pittura "Armonie Barocche";
  • 2006 Reggio Calabria "Premio mimosa d'argento" Associazione Culturale ANASSILAO, per il Libro d'Arte "La foresta inestricabile".

L’eredità

Maria Giacobbe la cui pittura ben conosciamo per le mostre che di lei abbiamo visto ma sopra tutto per le splendide tavole inserite nel libro d'arte "La foresta inestricabile" di Mario Luzi, ove la pittrice ha interpretato i testi del poeta, ispirati al femminile e al materno, aspetti costanti della sua scrittura, ritorna ora a noi proprio con questi temi.
In questo suo nuovo catalogo, questi temi diventano, nel segno della Giacobbe, una cifra indelebile, la rappresentazione di un mondo onirico che ella si porta dentro per raccontare un percorso di evoluzione spirituale, un cammino intrapreso quasi in sogno e che sembra ora travolgerla e travolgere anche noi. Il nostro sguardo che, al di là di quei segni di chiusura che l'artista pone a guardia del suo cuore, entra nel suo immaginario, uscendone poi con la dolorosa consapevolezza di aver visto e compreso il conflitto profondo da cui esso nasce. Un conflitto, appunto, che dalle sue figure quasi embrionali, esplode nei suoi colori, divenendo, oltre il suo bisogno di celarsi, materia viva di un sogno perenne.
C'è, un questa pittura di Maria Giacobbe, una eredità ben riconoscibile di tutto un modo d'essere artista che da sempre ha connotato la pittura delle donne, nel mondo della figurazione artistica. C'è un senso arcano, in questo velarsi e poi denudarsi, in questo accettare una condizione umana legata alla potenzialità del corpo a produrre vita, e il bisogno di mettere le ali ad un "io segreto" che tenta faticosamente di riemergere dal quotidiano.
Ci vengono in mente figure mitiche come quelle di Lavinia Fontana, madre di undici figli e grande pittrice di ritratti e di una indimenticabile "Annunciazione", di Elisabetta Sirani che predilesse la rappresentazione di antiche eroine nelle quali potersi identificare, di Artemisia Gentileschi che, col suo disperato vissuto di donna, portò nel mondo dell'arte una presenza forte, drammatica, una capacità di affermarsi, oltre ogni ostacolo.
Ma se le condizioni storico-sociali che avevano prodotto ostacoli nel vissuto delle donne artiste potrebbero oggi essere considerate marginali, invece ancora oggi la realtà culturale nella quale viviamo non offre alla vita della donna il sostegno di strutture che le consentano di conciliare i suoi molteplici ruoli umani con quello troppo spesso cen-surato e segreto della sua vita d'artista. Per questo ed altro ancora, mettere insieme questi "frammenti d'anima" come ben li definisce Crisostomo Lo Presti, rimane ancora una impresa quasi eroica, considerando sopra tutto il senso di "prigione d'amore" che la pervade.
La pittura di Maria Giacobbe è la storia di una crescita solitària e costante, il racconto di un mondo inferiore in cui ogni cosa rappresentata è in bilico fra l'appartenenza alle figure più amate e il grande bisogno di ritrovarsi nella propria "unicità".
Ma nelle sue tele ove ogni cosa creata viene descritta come trionfo della vita, traboccare di eventi della natura ove l'uomo, la donna, le creature appena nate sono inseriti in un processo continuo di vitalità, c'è un senso di appartenenza forte e consapevole del proprio ruolo umano. E su questo mondo di misteriosa bellezza Maria Giacobbe apre il suo volo, nell'immagine dell'uomo che alza le braccia alla vita, spogliandosi delle sue paure e dalla sua solitudine, gridando al cielo il suo nuovo progetto di vita.

Maria Froncillo Nicosia

Maria Giacobbe: La scala di Giacobbe

II patriarca Giacobbe lasciò Bersabea per fuggire da suo fratello Esaù. Quella notte egli dormì a terra, usando una pietra come cuscino. Meravigliosi sogni giunsero alla sua mente: egli sognò che per lui era stata preparata una scala per aprirgli tutte le strade verso il cielo. Sulla scala egli vide salire e scendere gli angeli di Dio. Dio padre stesso gli parlò delle glorie delle quali i suoi discendenti avrebbero potuto godere. Giacobbe si svegliò dal suo sonno e disse: "Quale meraviglia in questo luogo! Certamente questa è la porta del Paradiso!
Il pittore più famoso che abbia dipinto la storia delle scale di Giacobbe, nella Genesi, fu Giuseppe de Ribera, nel 17° secolo. Ribera, lo Spagnolo che dominò la pittura barocca delle Due Sicilie, fu il maggiore esponente della rappresentazione di questi soggetti: violenti martirii, cioè, ed estasi dello spirito. Maria Giacobbe non disegna scale ma certamente anch'essa dipinge sogni e visioni. Maria Giacobbe ha gli occhi implacabilmente fissi sui misteri dell'anima. Molto di ciò che ella vede è gioioso ma in esso vi sono molti misteri, i cicli della vita, ad esempio, che sono inquietanti, dal momento che non li conosciamo. Le strane facce e i personaggi della sua fantasia ci rimandano al simbolismo della pittura di William Blake, che aveva a sua volta dipinto una "scala di Giacobbe" più efficace del realismo di Ribera, nel modo in cui, la pittrice ricerca le forme originali per rappresentare l'invisibile. Giacobbe ci sfida a trovare un senso comune dal di fuori di un mondo che sembra spezzato in frammenti. Le immagini delle donne e dei bambini ci inducono a nutrire delle speranze nel futuro. Il travolgente vortice sembra comunque tenerla prigioniera. Vi è in essa una incontrollabile energia che spacca le figurazioni in segmenti. Le tele di Giacobbe sono scale che ci trasportano in altissimi luoghi ove noi, fragili umani possiamo intravedere solo visioni delle potenti forze in conflitto.
Nel 2006 ho avuto l'occasione di partecipare ad una presentazione di un libro di poesie di Mario Luzi, illustrato da Maria Giacobbe, con i testi critici di Maria Froncillo e Fiorella Nicosia, edito da "IlGabbiano". In questi ultimi tempi Maria Giacobbe ha continuato ad arricchire la forza espressiva delle sue opere.
Questa nuova mostra a Taormina consente a me, oggi, e ad un grande pubblico di amanti dell'arte, di godere di una felice occasione di approfondimento e di conoscenza delle sue coraggiose sperimentazioni.

John T Spike Firenze, 9 Marzo 2007

Piccoli frammenti dell'anima

Piccoli frammenti dell'anima, sfilacciati sulle foglie dorate ricamano il poema visivo di un incantato cuore scritto sulla sabbia degli abissi. Sono le pupille di un angelo (di sesso femminile) che dipingono le ali delle farfalle e i petali delle rose in quel labirinto che manifesta il fondo dell'uomo dove le mani si congiungono nell'incanto della preghiera e della benedizione. E il fiore, magico come l'alba, bagnato dalla rugiada e dalle lacrime degli dei racconta il suo dramma nelle partiture del tempo e dello spazio, oltre il limite... il temenos, oltre la natura trapanata dal seme sacro dell'asceta negli spazi umidi delle acque superiori e dei ruscelli.
Non so come Maria Giacobbe chiamerà le sue tavole. So che sono senza nome, o forse un c'è: Celeste (a me molto caro per il battere incostante del muscolo racchiuso nel petto di nonno innamorato). Non so e questo mi riporta a quell'essere anonimo e senza volto del mio unico personaggio che oltrepassa la misura per procedere solitario nel tentativo della conoscenza. Lui e lei (loro) scrivono pagine d'incanto nella trasmutazione del possibile: un itinerario alchemico puntellato di profumi incantati e pistilli e spine e fili d'oro che scendono e s'intrecciano nelle tentazioni del nulla.
Eccolo, allora, il traguardo delle crisalidi che abbandonano il bozzolo per indossare le ali e spiccare il volo verso il cielo per traguardi sconosciuti e perigliosi. Non sono ancora aquile, né sparvieri, ma esseri impauriti dal vento e dalle nuvole, impegnati in vortici di congiunzione nella coniunctio oppositorum tentata tante volte e assaporata solo quando il trapano ha trivellato nella carne lo spruzzo dei sapori ancestrali. Allora diventano alberi fieri, piantano le radici, spaziano verso l'alto con la chioma magica e impertinente che nervosa si intrufola, con i suoi muscoli di androgino dolce e vellutato, in un unico tunnel senza uscita.
Da lì il liquido amniotico tesserà la rete della vita oltre il ventre, oltre la fessura femmina che da lo spazio e l'aria all'alito di vento, pneuma femminile della divinità come la Sophia e non basta l'occhio della giovane, ieratico, che racchiude l'immagine dell'anziano canuto a significare il procedere del tempo. I giorni dell'umida via sono quelli della conoscenza primaria, oltre la quale s'incunea il deserto. L'orizzonte si apre e le braccia di Ulisse sullo Stretto vogliono assaporare i confini: oltre c'è Lei, la Vergine che un pellegrino stanco e smarrito ha cercato per un'intera stagione. Oltre c'è il gioire del fiore d'oro. Oltre c'è la corona dalle dodici stelle dell'Immacolata. Oltre c'è la pietra dei filosofi dell'alchimista impegnato a tentare, ritentare col suo athanor: simbolo della ricerca e della fatica dell'uomo che, con la preghiera alla Rosa mystica, raggiunge le più alte vette del possibile. Perché allora non gettare le reti per cogliere come il poeta spicchi di luce? E Maria, nei suoi quadri, lo fa con arte estrema e sentire profondo; con acume e maestria. Forse non c'è, nel panorama moderno, una creatrice di più alta sensibilità: qui la coniugazione fra conscio e inconscio; fra sacro e profano; fra secco e umido diviene armonia.
Lei forse non sa, ma nei suoi quadri la via della conoscenza carnale e di quella sacra e sublime s'intrecciano in un alternarsi di sensazioni e vicende che nella maturazione dell'ineluttabile si scrivono in alternate virtù dell'esistere. Così la fecondazione artificiale; così la scoperta dell'Altrove; così il procedere del tempo; il canto della rosa; la preghiera; lo sguardo verso l'infinito; il sacrificio; la penitenza; il peccato e la voce del divino si alternano in un contesto di occhielli aperti dall'ago della fata per un intreccio fantastico e surreale, metafisico ed esoterico, nella condizione alchemica voluta dalla ierogamica scansione del futuro. Lei appartiene alla ristretta cerchia degli artisti il cui afflato è oggetto di incanto maturo e sublime nelle regioni della scienza e nelle praterie sconfinate del cielo. Le acque femmine la catturano nella sua condizione di madre, genitrice non solo di creature belle, ma anche dei ricami d'oro che menzionano la sua mano e il suo cuore. La rosa, fiore dalle parole magiche e dai profumi silenti, è all'angolo del suo esistere come la firma di un'opera che va al di là del possibile per incatenarsi nei labirinti della enigmatica conoscenza dell'essere. L'uomo appare, è vero, indifeso ma protagonista principe, curioso e folle, figlio dell'universo da non giocare a dadi, ma da indagare per una rinuncia misurata nel tempo e nella via dell'ascesi, nel percorso irto di ciottoli puntuti e di spine, ma dove la porta stretta si può aprire per offrire il volto dell'Ausiliatrice nel gioco più bello del viandante che oltrepassa la linea dove cielo e terra si baciano in un contatto di umori e sensazioni telluriche.
Lei, Maria Giacobbe, grazie alla lettura di qualche pagina corsara, è arrivata - con il suo animo gentile e la sua voglia di conoscenza - a sfilacciare quel filo e immergersi nel lago delle perle e degli aquiloni.
Così ha suonato il suo madrigale, cantando agli dei, la sua antica stagione di donna, femmina, madre, sorella, moglie, amica... artista dell'inconscio che ha nel Sé il segno della stagione più acuta, ricca di sapori e di intatte, virtuose magie negli sguardi degli efebi e degli uomini che mettono le radici per spiccare il volo.

Crisostomo Lo Presti

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