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Pietro Mantilla
[ Messina 1949 , ]


Pietro Mantilla'incontro
L'incontro tra me e Mantilla è avvenuto qualche giorno fa. Dovevo vedere i quadri che sarebbero stati esposti in occasione di questa mostra per scrivere questa breve presentazione e, dopo un rapido colloquio telefonico in cui fissavamo un appuntamento, ci siamo incontrati davanti al portone del palazzo dove, in un cantinato ha il suo studio d'artista. Se qualcuno ci avesse osservati avrebbe colto in entrambi un imbarazzo che, per la nostra età ed esperienza, siamo riusciti a superare con una complice stretta di mano che sottolineava le aspettative di ciascuno.

'imbarazzo nasceva dal fatto che non ci conoscevamo, dall'assenza del nostro comune amico Piero Serboli, dalla curiosità non priva di una certa diffidenza che Mantilla sentiva nei miei confronti e che io avvertivo e comprendevo perfettamente, dal mio timore di deluderlo. Ci siamo studiati. Ogni primo incontro registra una serie di sensazioni che non si ripeteranno più ma che condizioneranno l'evoluzione di qualsi-voglia rapporto.

l suo modo di agire era ai limiti della schiettezza, la comunicazione sintetica e diretta, lo sguardo serio e riservato, nonostante mi aspettassi questa natura certamente originale, non ho potuto fare a meno di sorprendermi dell'esistenza di una figura d'artista così volutamente fuori dal contesto sia sotto il profilo umano che professionale e non me ne voglia se per un attimo ho provato invidia per uno sconosciuto che, con un'intuizione straordinaria sostenuta da una volontà incrollabile e forse da una fede che probabilmente non ha ancora scoperto d'avere, ha salvaguardato se stesso dalle lusinghe della vanità e dal desiderio di essere in un mondo dove per essere devi avere.
I generi del repertorio classico

Il ritratto e la natura morta,

È stato meglio che fossimo soli mentre mi mostrava le piccole tele con ritratti maschili e nature morte che aveva disposto con cura in queir opificio disordinato come tutti gli studi degli artisti, una scatola magica che prometteva di far venire fuori trame imprevedibili, brani inediti di una produzione tanto intensa quanto ancora da assemblare in un discorso stabile. Mi è apparso subito chiaro, guardandomi intorno, che il pittore che mi consentiva di esaminare e giudicare i suoi quadri cercando in me conferme all'interno di una verifica in itinere fondamentale per andare avanti, aveva una produzione intensa, varia, disuguale, all'apparenza per certi aspetti incoerente, e che la difficoltà maggiore per chi vi si accostava con spirito critico era quella di individuare le linee guida che le avevano ispirate.
L'ho lasciato parlare, volevo conoscerlo e l'unico modo era quello di farlo parlare di se e lui, complice l'amore per le sue opere, ha commentato ciascuno di quei ritratti con un linguaggio semplice ma diretto, chiaro, senza ambiguità, e mentre parlava mi sono sentita in soggezione perché ho capito di avere davanti a me una rara figura d'artista sicuramente non al passo con i tempi, che vive in simbiosi con la pittura. Un modello desueto, che non cura né crea un'immagine di se studiata per apparire e rappresentarsi nel mondo esterno ma piuttosto la rende il più possibile pura, incontaminata, di una semplicità genuina, modo inconsapevole per far prevalere sull'artista la sua opera.

osì mi presentava i ritratti maschili essenziali, dai tratti permeati di un'arcaica ricerca di interiorità espressa nello sguardo vivo e sfuggente dei personaggi reali, ma con echi remoti, che svelano lo studio di modelli rinascimentali del ritratto italiano soprattutto della scuola di Antonello, ogni volto ha una sua identità ed individualità, esprime con sottili differenze un diverso stato dell'animo e coinvolge lo spettatore in un dialogo muto, silenzioso che lascia molto spazio e libertà alle emozioni e all'interpretazione che ciascuno crea con un proprio commento.
Non c'è arrivato facilmente al volto, al personaggio, all'identità della figura umana, li ha cercati ed ha faticato per trovarli, è partito dal sogno, dalla fantasia, dall'irreale per arrivare al vero, alla realtà, un'ordito che si manifesta nelle tele magiche che aprono la mostra dove il colore cattura l'attenzione verso un mondo che è nella mente di Mantilla dove non è dato di entrare ma dove l'artista vuole far partecipare l'uomo, che appare prima come un'appendice, poi lentamente si propone ed infine si impone creando la via per diventare l'unico protagonista del campo pittorico, la figura centrale e unica che vedremo della serie dei ritratti.

l Mandila di oggi in questa mostra attinge ai generi pittorici storicizzati e si inserisce nella loro storia con il suo linguaggio autentico.
Così come per i ritratti anche le nature morte diventano un'esercizio in cui l'artista alterna i pieni ai vuoti accosta i colori ne osserva gli effetti e li ripropone con diverse soluzioni, crea un percorso che ci consente di seguire andando con la memoria a modelli che sono nella memoria, da Arcimboldo a Bimbi, da Caravaggio a Morandi.
La mostra presenta un'artista inedito ed isola un momento certamente meno conflittuale della sua produzione rispetto a quelli già noti.
È un momento di pausa, l'esistenza, che intuiamo provvisoria, di una serenità che gli ha consentito di affrontare sotto il profilo iconografico temi risolti con soluzioni che indubbiamente lo hanno momentaneamente appagato.
Giovanna Fama
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