Useronline Insert Failed > Nasce « Revestito » a Messina. Una Rivista on line per tutti. Per tutti coloro che non tollerano più demagogia, privilegio, mistificazioni di poteri grossi o piccoli, che hanno messo alle strette l´umanità, la libertà, e soprattutto la dignità. Revestito ha significato ambivalente: non occorre che sia messo a nudo il re ,per evento eccezionale, affinchè la natura delle cose in qualche misura si disveli. La trasparenza dovrebbe essere alla base di ogni consorzio civile e di ogni Stato di diritto che tale pretenda definirsi.
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CORRIERE DELLA SERA, 24 gennaio 1909.
LUNGO LA RIVIERA DEL « PARADISO » E DELLA « PACE »
di Luigi Barzini

Messina, 23 gennaio 1909
Sotto una pioggia dirotta sono uscito ieri da Messina dirigendomi verso il Faro. Su quelle spiagge per dodici chilometri si schierano - o, meglio, si schieravano - numerosi villaggi con la fronte al mare, in mezzo ad un verde folto e cupo di agrumeti ed una cinerea confusione di giganteschi cactus muscolosi. Erano così serrati l'uno all'altro quei paeselli da formare una vera continuazione della città, come un gran braccio bianco di Messina adagiato mollemente nella curva del golfo contro uno sfondo bruno dì colline striate di vigneti.
Essi costituivano il sobborgo del riposo; i messinesi vi andavano a trascorrere le domeniche; ivi si bevevano i famosi vini del Faro, si mangiavano le « cozze » pescate nelle lagunette di Ganzirri, si passeggiava in vista dello stretto. Le più belle ville, i più bei giardini si allineavano ai fianchi della strada quasi per farsi ammirare; alcuni dei villaggi avevano nomi allettevoli, che davano un'idea del loro incanto come Paradiso e Pace; erano abitati da una popolazione numerosa ed industre, che coltivava ortaggi e fiori fino al limite delle onde, che pescava nello stretto, nello stretto sfidando arditamente il noto pericolo di quella specie di « Maelstròm », il terribile vortice di acque formato dalle correnti in certe ore del giorno fra Scilla e il Faro e che i pescatori siculi chiamano pittorescamente « il garofano ».
Tutto è rovina, desolazione, abbandono; i muri di confine son rovesciati sulla via ove formano strani pavimenti, i cancelli delle ville sono contorti, i pilastri abbattuti, le fontane infrante. Nei giardini bivaccano mal riparati pochi superstiti silenziosi. Alcune case rimaste in piedi sembrano intatte ancora, ma son solcate da enormi crepacci che ne distaccano intere pareti. Sono le case più piccole, le più basse, le più umili quèlle che hanno' resistito meglio. Il terremoto ha avuto un furore rivoluzionario, si è accanito sulla ricchezza, sul fasto, sull'arte, rispettando spesso la miseria; ha demolito inesorabilmente tutto ciò che si ergeva ed ha lasciato vivere un po' di quel che era terra terra. In vari punti blocchi di muri, rovesciandosi, hanno franato fino al mare e le onde arrivano sopra a frantumi di pareti domestiche, si infrangono contro rimasugli di camere ancora coperti da slavati brandelli di tappezzerie, cancellano gli ultimi segni della vita umana e si ritirano ruscellando fra pezzi di mobili, che si agitano al flusso ed al riflusso del mare.
La pioggia ed il vento invecchiano le rovine. Si vedono ruderi che sembrano più antichi; ridotti allo scheletro di calce e di pietra, essi non significano più nulla, non lasciano comprendere che cosa erano nella casa sparita, hanno perduto ogni fisionomia, ogni eloquenza; sono definitivamente morti.
La ferocia contro l'uomo
Dopo le grandiosità spaventose delle rovine messinesi le macerie dei villaggi stupiscono meno; ma commuovono ugualmente.
Nella campagna ubertosa, fiorita, pare che la ferocia distruttrice abbia dovuto cercare le case una per una per abbatterle senza far danni alle piante, cercarle nelle vallette per i declivi fra le vigne con una cura discernitrice. Il cataclisma non voleva far male che all'uomo.
Tutto quanto non è umano è salvo, intatto, vivo. Vi sono casolari isolati, ridotti a mucchi di rottami, divenuti sepoltura di intere famiglie, e non un albero è atterrato vicino a loro. Pare di vedere in ciò una oculatezza mostruosa, una volontà assassina. Gli agrumeti son carichi di frutti come raramente furono; il profumo dei limoni ormai maturi si mescola in modo singolare all'odore cadaverico e tutto questo raccolto è perduto perché non c'è più nessuno ché lo prenda. Si percorrono chilometri senza vedere anima viva, specialmente verso Ganzirri che pure era famosa per le sue serate estive, nelle quali si accendevano lanterne intorno ai suoi laghetti e le musiche suonavano sulle terrazze per un gran tratto.
La strada provinciale che conduce a Milazzo è scomparsa ed al suo posto si è spinto un lembo di laguna.
Presso una casetta diruta, sulla quale fioriscono delle rose rampicanti che fanno pensare a fiori sopra una tomba, ho incontrato un pazzo, un certo Cammaroto, una delle più note figure aèlla città scomparsa. La sua follia consiste nell'adorare il sole. Egli usava fermarsi per delle ore sulla spiaggia del Municipio e fissare in una estasi ipnotica il suo dio; questo essere bizzarro è stato risparmiato forse perché è inutile. Egli tranquillo, indifferente alla distruzione ed alIà strage, se ne va per le solitudini dei sobborghi cercando il sole.
'Rifugi strani
Molti superstiti a Ringo, ad Annunziata, a Grotta, a Sant'Agata son tornati a ricoverarsi di giorno nelle casupole che ancora si reggono, pronti a fuggire ad una scossa, ad uno scricchiolio, ad un grido. Non vi resterebbero di notte perché il terremoto venne di notte ed è rimasto in loro il terrore della notte. Hanno paura di addormentarsi fra delle mura, vivono sempre in guardia, percepiscono dei tremori minimi del suolo che sono inafferrabili alla nostra sensibilità. Essi dormono alle intemperie intorno ai fuochi, coprendosi con tutto quello che trovano, sacchi, stracci, tappeti, materasse. Non una sola baracca è stata costruita ancora per loro e manca il legname. Le richieste di legname sono inoltrate a Roma ed a Roma diventano naturalmente pratiche di ufficio. Interi carichi di tavole che, imbarcati a Napoli, erano pronti a partire, sono stati sbarcati perché si è trovato esorbitante il nolo dei piroscafi. Intanto qui si soffre atrocemente, per quanto con rassegnazione.
Alla stazione di Granatari un nucleo di rifugiati vive nei vagoni d'un treno che si trovava pronto a partire al momento della catastrofe. Non so da quale teatro sono state portate via le quinte e con esse sulla ferrovia hanno costruito un riparo che, da lontano, pare fatto di grandiosi panneggi di velluto rosso con frange e pennacchi d'oro come un baldacchino reale, e da vicino non vale più di una capanna di pellirosse. A Faro i superstiti dormono nelle barche da pesca, coperte con le vele e tirate a secco presso il paese demolito. Quando piove non si vede nessuno in giro e tutte quelle barche hanno l'aria di grandi sarcofaghi contenenti una popolazione morta.
Qui il bísogno di baracche è, come altrove, urgente perché, finché la barca sarà la casa, a questa folla di pescatori mancherà il modo di guadagnarsi il pane ed essa resterà inesorabilmente incatenata alla terra. Fanno una grande pietà questi marinai che si adunano sulla riva guardando muti il mare di fronte a Scilla, da cui nelle notti quiete arriva fino a loro il canto del gallo come un segnale a sciogliere la vela.
Salvataggio del Santissimo
La torre del Faro, che pare intatta vista da chi naviga nello stretto, è spezzata in due punti; della chiesa rimane l'abside e fra le macerie, al posto dell'altare, si erge la statua del santo patrono decapitata. Frugando fra le rovine della chiesa alcuni pescatori devoti hanno rinvenuto il Santissimo; ma non hanno voluto raccoglierlo, perché soltanto un sacerdofè può toccarlo senza incorrere nella scomunica ed essi avevano terrore di salvare con le loro mani quel supremo oggetto della fede. Delle mura pericolanti minacciavano da un momento all'altro di seppellirlo.
Inutilmente un ufficiale, che dirigeva gli scavi, cercava di persuaderli di lasciarlo prendere a lui. Corsero a chiamare il vecchio parroco che si era salvato, ed egli giunge piangendo, s'inginocchiò fra le macerie, aprì il ciborio, ma, al momento di stendere la mano, si fermò e con accoramento disse: - Non posso, debbo essere vestito della pianeta. - Svelti! - esclamò l'ufficiale - decidetevi, debbo sgomberare; questo muro cade -.
I1 vecchio prete corse a staccare un gran lembo di carta da parati dalla parete di una casa mezzo crollata, fece in essa un buco, vi înfilò la testa improvvisando in tal modo la più umile pianeta che abbia mai figurato in una cerimonia della chiesa e, così vestito, trasse in salvo il Santissimo, barcollando fra i rottami, cantando con voce rotta dai singhiozzi il Te Deum che la folla ripeteva seguendolo. Un soldato sorreggeva il sacerdote tremante e la piccola processione di profughi oranti, che scendeva fra le rovine in riva al mare, doveva presentare, ad onta del bizzarro paramento in carta di Francia, qualche cosa di solenne, poiché i soldati si schierarono e lo salutarono.
L'« Angelus »
L'altro ieri i soldati rinvennero la grossa campana della chiesa.-Costruirono subito con tre pezzi di trave una piccola armatura e ve l'appesero. Il sole tramontava; corsero a chiamare il campanaro del villaggio - un vecchio di settant'anni - lo condussero lì e gli dissero: - Suona l'Avemaria!
Il vecchio non poteva credere ai suoi occhi; era proprio la sua campana! Volle pregare davanti a lei; poi con una specie di devozione cominciò a battere i tocchi dell'Angelus.
Era la prima campana che tornava a suonare dopo venti giorni di silenzio nelle regioni devastate. Ai suoi accenti, che si spandevano nella scra quieta, avvenne qualche cosa di inaspettato: tutti gli abitanti uscirono fuori dalle loro barche sorpresi. Gridavano, guardando le rovine con occhio ottonito, quasi si aspettassero di vedere le case risorte. Non era la voce del villaggio quella? Del villaggio vivo? I pescatori, al largo, una volta, riconoscevano i villaggi dal suono delle loro campane. Faro non era morto se tornava a salutare il tramonto. Certo parve alla misera folla di sentirsi chiamare da quella voce così nota, così cara, che si credeva estinta per sempre, ed uomini, donne, bambini esultanti, accorsero insieme intorno al vecchio campanaro, il quale seguitava a battere, a battere con fervore un'Avemaria, ma lunga e furibonda che svegliava ed adunava a raccolta tutti i ricordi e tutte le speranze.
Sotto la geva il sacerdote tremante e la piccola processione di profughi oranti, che scendeva fra le rovine in riva al mare, doveva presentare, ad onta del bizzarro paramento in carta di Francia, qualche cosa di solenne, poiché i soldati si schierarono e lo salutarono.
Sotto la gelida pioggia
I morti che si sono potuti raccogliere nel villaggio, sono stati quasi tutti sepolti sulla spiaggia in grandi fosse, come quelle che si scavano sui campi di battaglia, sovrastate da croci. I soldati lavorano ancora in qualche luogo a sepnellire o ad aprire fra le macerie delle strade che servano a trasportare i viveri e, quando ci sarà, il legname. Finora le poche baracche costruite servono per la truppa e per qualche ospedale. Si vedono qua e là alcune bellissime tende coniche ma sono state regalate da un comitato francese e servono, naturalmente, ad ospitare i vari uffici pubblici.
Sotto a questa pioggia gelida, persistente, penetrante, la situazione dei superstiti appare anche più dolorosa. Si vedono di questi disgraziati traversare di tanto in tanto la via diguazzando nel fango alto e sparire in rifugi che sembrano canili costruiti con rottami nel folto degli agrumeti. Come deve sentire la paurosa sensazione dell'abbandono la gente della campagna dopo che la città - dalla quale ogni risorsa che ogni protezione veniva - è scomparsa! Nei villaggi, quando quell'alba spaventosa sorse annunziando che Messina non esisteva più, fu come la morte di una gran madre. Poche ore dopo il mare gettò sulle sabbie barche spezzate, botti, pezzi di casse, remi, travi, tavole, tutta roba che esso aveva strappato dal porto ed alle vie vicine con quel suo gran colpo da pirata che abborda saccheggia e sperpera.
Rientrato a Messina, mi sono imbattuto nell'eterno trasporto di cadaveri. Ovunque le macerie sono scavate scaturiscono dei corni; basta muovere un sasso, una trave per trovarne. Messina è una miniera di cadaveri.
Nulla di più singolare, misterioso, incomprensibile per noi della gioia che dimostrano coloro i quali riescono a rinvenire le salme dei loro cari. Ne sono lieti, ne parlano, descrivono le ricerche, le speranze, le disillusioni e poi il ritrovamento... Ed in verità, togliere un morto alla gran tomba è come dargli una specie di resurrezione, come farlo ritornare dal nulla. Ogni cadavere riconosciuto è uno scomparso che rientra fra i vivi a ricevere preci e onori.
Uno di questi fortunati nella morte è stato il compianto comandante Passino, il dotto marinaio che comandava l'incrociatore Piemonte. Egli viveva a terra con la famiglia: le macerie hanno sepolto lui e i suoi. L'equipaggio della sua nave ha cercato lungamente queste salme, le ha rinvenute, le ha composte piamente nei feretri, che sono stati trasportati a bordo, ed oggi la nave è salpata. Prima di prendere il largo è andata ad ancorarsi nel centro del porto con bandiera di poppa a mezz'asta. I comandanti di tutte le navi da guerra sono saliti e si sono adunati intorno alle bare coperte di bandiere; l'equipaggio si è schierato; tutte le teste si sono scoperte: Il nuovo comandante del Piemonte, il capitano di corvetta Ciano, ha rivolto con voce commossa parole di saluto alla salma. Un gran raccoglimento, un silenzio assoluto, una commozione profonda in quel momento a bordo. Dopo, l'incrociatore usciva solenne dal porto, filava verso lo Stretto e spariva lontano nella immensità del mare. Funerale glorioso.

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