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CORRIERE DELLA SERA, 10 gennaio 1909.
Vecchi e nuovi cimiteri
di Guelfo Civinini

Messina, 9 gennaio, sera
Si seppelliscono i morti a cento e cento ogni giorno; continuano ad affluire alla spianata, di là dalla Cittadella, dove fosse enormi li attendono, li inghiottono e si rinchiudono. Giungono in grandi barconi che hanno servito per il trasporto del carbone, pieni di barelle improvvisate, con le imposte raccolte chi sa dove, riuniti sotto gli stessi cenci; a poppa ed a prua due soldati, con due fiocchi di ovatta fenicata nelle narici e negli orecchi, scortano quella povera poltiglia umana. Un rimorchiatore locale fumoso trascina quei barconi, spesso legati in due o tre, uno dietro l'altro, attraverso la folla delle navi dei vivi.
Dal ponte di qualche piroscafo i ricoverati guardano passare i funebri convogli che si avviano sull'acqua sporca e limosa verso la Cittadella; forse, sotto quei cenci, v'è qualcuno dei loro cari; ma nessuno piange, nessuno sa più piangere quaggiù, né per sé, né per gli altri.
Anche negli ospedali delle navi, tutti quei feriti, allineati e sovrapposti nelle loro cuccette, non hanno un gemito, non hanno una lagrima : si passa loro accanto e vi guardano con uno sguardo atono, indifferente. Sembra che non si ricordino, che non sappiano che la loro casa è scomparsa, che quasi tutti i loro son morti, che non sentano neppure la sofferenza delle loro ferite; hanno tutti le membra peste, contorte, piagate, e non si lagnano. Vi fermate accanto ad uno; l'infermiera vi dice: « Ha avuto un braccio stritolato tra due massi, domani gliefo amputeranno ». Domandate: « Ti fa male? ». Vi sentite rispondere: « Sì ». Domandate: « Chi ha perduto? ». Vi sentite rispondere: « Tutti », null'altro. Lo sguardo rimane immobile e muto nella sua fissità tragica.
Sono stato alla Cittadella sull'imbrunire; una schiera di zappatori finiva di gettare in una delle grandi fosse gli ultimi morti dell'ultimo barcone della giornata. La fossa era quasi piena; ve ne erano adagiati circa trecento, in tre strati, che erano stati a mano a mano ricoperti di calce, e l'ultimo strato era ancora scoperto. Nell'ombra della sera non si distingueva più che un miscuglio sordido, una massa cenciosa, da cui saliva il fetore atroce della morte, misto all'odore acre del cloruro. Soltanto ad una estremità della fossa, ove i corpi cadevano ad uno ad uno con tonfi sordi, due torce a vento facevano scorgere ai guizzi della loro luce rossastra qualche cosa che aveva ancora apparenze di forme umane.
Là presso ardevano, in un gran rogo, una parte dei cenci di quei morti.
I soldati han buttato sull'ultimo strato dei sacchi di calce, poi le prime palate di terra.
Era già la quarta fossa che si chiudeva; le altre tre, già ricolme, sembravano tre lunghe trincee; soltanto nelle esili croci di canne alle due estremità era il segno della tomba, accanto alla spianata ove era già un camposanto, il cimitero protestante pieno di tombe di marmo e di statue, dalla parte che guarda il mare libero.
Sono andato, passando il cancello schiantato e gittato lontano dalla furia del terremoto, a passeggiare per i vialetti di mortella che circondano i sepolcri; neppure questi il terremoto ha risparmiato: tutti i monumenti sono abbattuti, infranti da colpi di piccone enormi, tutto il siiolo è sparso di lapidi spezzate, di croci rovesciate. Qualche tomba ch'era stata scoperchiata, è stata ricoperta con dei frammenti di lastre cadute. Com'era triste quel crepuscolo nuvoloso sul piccolo camposanto devastato, accanto alla Cittadella bassa e tetra, con le mura a sghembo, sull'acqua morta dei fossati, lugubre come una prigione, e di sotto il mare che mugolava lamentoso!
La notte che cadeva sembrava piena di minacce, per i vivi e per i morti. Sono uscito, ho attraversato di nuovo la spianata delle nuove tombe; i soldati se ne erano già andati, dopo aver finito di ricoprire quella quarta fossa. Altre due, vuote e nere, attendevano; il rogo dei cenci stava per spegnersi. Un boato profondo è salito dalle viscere della terra ed ha scosso ancora quei poveri morti nel loro ultimo rifugio.

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