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IL GIORNALE D'ITALIA, 14 gennaio 1909
La dolente cronaca delle regioni flagellate
di Goffredo Bellonci

Messina, 11 gennaio
«Dove la via Maddalena si allarga, in un angolo vicino al muro di cinta di un giardino, è un piccolo cumulo di terriccio con infissavi una rozza croce di legno. Vi avranno posto a giacere un bimbo, il primo giorno dopo il disastro. Domando agli abitatori di una baracca vicina se sappiano dirmi da chi fu composto; ma nessuno sa rispondermi. Chissà! La madre lontana o vicina tornerà a riprendere il cadaverino, a portarlo dentro una tomba più sicura, meglio difesa dalle intemperie dall'audacia dei cani e dei gatti. A monte di Messina codesti tumuli e codeste croci spesseggiano : ne ho veduti tre o quattro, dove il Corso Cavour diventa piazza, tra le aste di un circo equestre Bizzarri e le mura dirute dell'ospedale militare; ne ho veduti due, fuori la cerchia dell'abitato, nel campo S. Cecilia, vicino alle rovine della Chiesa di S. Marta ed alle baracche della gente più povera di Messina.
Qui, in questo campo, la vita ha ricominciato, col suo chiasso di bimbi, con i suoi pettegolezi di donne, con i gravi lavori degli uomini: c'è solo la fame, la orribile fame, voluta non da Dio, sì dal commissario governativo che non distribuisce il pane; ma insomma c'è la salute ancor buona, e c'è, quel che più importa ai superstiti, il suolo di Messina. Mostro un pane che ho in tasca ai ragazzi, che mi corrono intorno vociando, e protendono le braccia perché io soddisfi il loro desiderio. Un pane è poca cosa, e costituisce quasi un contrabbando; e pur sembra che io abbia dato loro un tesoro. Le madri, intorno, sorridono. In fondo, dove la via si smista, due bellissime popolane, ben formate e IIIaI vestite, una bionda e l'altra bruna, si allontanano tenendosi abbracciate e baciandosi. La collina imminente sorride di verdura, ed il cielo, sopra, sereno, è pieno di voli.
Salgo sopra la collina e guardo sotto la città distrutta. Ahimè! dal mare, il grande anfiteatro delle rovine, fa stupiti ed atterriti che tanta opera umana sia andata distrutta in pochi secondi; dal colle l'insieme delle case sembra misero, piccino, vano nell'immensità del golfo e nel cerchio gigantesco dei monti. Villa San Giovanni e Reggio biancheggiano appena, brevissime macchie dell'amplissima costiera, e l'occhio non vede più il disastro, e l'anima non sente più la morte, perduti nel cielo sconfinato, nel mare mutevole di luci, nelle montagne di Calabria e di Sicilia superbe di dolcissime insenature e doviziose di verde.
Ier sera hanno tratto fuori dalle macerie un uomo vivo, dopo quattordici giorni dalla sventura: l'uomo, uscendo, ha bestemmiato la Madonna. Travolto sotto la sua casa, Benedetto Bensaia, macellaio rude e corpulento, vide innanzi a lui morire schiacciati tra le rovine, la moglie e un figlio, e stette nel vano formato da due travi incrociate, con stretti tra le braccia gli altri suoi due bambini, i minori. E passarono i giorni e le tempeste. Vero è che passarono anche, per via dei Verdi, le squadre dei volontari e dei soldati, e che il macellaio ad ogni passo di uomo gridò, ad ogni voce umana rispose battendo le nocche contro il legno della sua sepoltura; ma le sue grida e i suoi battiti si perderono nei rumori del giorno. Nel buio, fuori della vicenda della luce e delle tenebre, i quattordici giorni parvero al macellaio nella sua tana tre soli, e lunghissimi. A1 secondo, i due bambini si abbandonarono sul suo petto e morirono di inedia, ond'egli li depose in terra ad imputridire. E attese, carponi, vicino ai cadaveri. Ieri, sul mezzogiorno, quando gli scavi per ordine delle autorità militari e per volere del ministro dell'in• terno erano stati sospesi, un soldato del 24'Artiglieria che passava, insieme con altri suoi compagni, sulle macerie di via dei Verdi, fu costretto a sostare per un certo suo bisogno, e udì allora, sotto la terra che egli premeva, come un fruscio, come un picchiettio lontano. Chiamò, accorsero il tenente dei carabinieri Panarelli, il maggiore Muscarà, cinque altri soldati, le rovine della casa furono puntellate, il luogo donde era uscito il rumore fu scavato, e dopo due ore dal buco uscì il Bensaia, grasso e sicuro di sé, e chiese un poco di acqua da bere, bestemmiando la Madonna.
E io mi domando: oggi ho corsa buona parte della città e perché non ho veduto nessuno intento a muovere le macerie? Sotto le pietre che premiamo sono certo altri vivi, se ieri ne abbiamo trovato uno, e se il Colletta ricorda che dopo il terremoto sul finire del Settecento furono trovati dei vivi sotto le rovine dopo venti giorni di sepoltura. Rabbrividisco al pensiero. Forse, quei fruscii che io odo tra le travi ed i pezzi di muro e che mi sembrano di paglia mossa dal vento, sono il raspare di creature chiuse nel profondo, senza più speranza altro che di morte, con gli occhi sbarrati e le membra contorte negli spasimi di un'agonia spaventevole. Vorrei buttarmi carponi, muovere i massi, togliere le masserizie, adoprare le unghie come i cani, e trar fuori i moribondi... Oh! mio Dio! Nella via non c'è alcuno, l'accampamento dei soldati. è lontano, e le mie membra sono stanche. Cado, mi prostro, e piango sui vivi.»

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