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IL MESSAGGERO, 6 gennaio 1909
TRA MORTI E VIVI
Giacomo Gobbi Belcredi

Messina, 2 gennaio 1909

«Che volete ch'io vi dica? Che trovi delle immagini, del colore, dei fioretti di lingua? Che vi squaderni innanzi agli occhi lo spettacolo di morte, di distruzione che ho avuto sotto gli occhi, che ho respirato per cinque ore di seguito? Io non so far ciò. Ciò che ho visto è troppo grande, è troppo orribile: la potenza della natura nel distruggere si è affermata così violenta in un attimo e gli sforzi degli' uomini, di tanti uomini, di tanti ammiragli e generali da quattro giorni hanno ottenuto così poco, ch'io non so parlare né dell'una né degli altri.
Si ha un bell'esser un vecchio reporter che ha camminato in mezzo a tutte le sventure internazionali, si può essersi provveduti anno per anno, da una sciagura passando ad un'altra, di una buona dose di scetticismo, si può aver veduto il campo di battaglia pieno di morti, il lazzaretto dei colerosi, il fiume che scende torbido e gonfio di cadaveri, la città distrutta dall'ira e dalla rapacità degli uomini. Sono cose che lasciano un solco nella memoria e striano di tristezza l'animo ogni volta che se ne rievoca il ricordo; ma questo disastro che la natura ha fatto come uno sternuto, ove si vede tanta distruzione come tutti gli uomini non potrebbero compiere, questo passa i limiti, questo opprime ogni pensiero, questo ci umilia al disotto del nulla, al disotto della nostra origine.
Io passeggiavo oggi, cioè camminavo per persuadermi che lo scempio che mi circondava era una realtà. I1 suolo è tutto fesso, tutto aperto a tanti piccoli ma fondi canaletti e ingombro d'ogni forma di rottami, e mentre io guardavo ove ponevo i piedi, mi sento afferrare per il petto. È un giovane signore, tutto sporco di fango che mi dice:
- Tu mi conosci!
Io so di non averlo mai visto, pur rispondo: - Mi pare... come stai?
- Sono morti tutti, sono morti tutti! e con gli occhi sbarrati mi fissa e mi scuote e poi se ne va gesticolando. Il disgraziato era venuto da Palermo, aveva veduta tutta la famiglia morta ed era impazzito.
Poco più avanti un ufficiale, un uomo alto e maestoso, mi abbraccia e scoppia in un gran pianto. E' il capitano Scardino del 49° reggimento fanteria di stanza a Torino. Al primo annunzio è corso a Messina, dove aveva case e ville, la moglie, la madre e un cognato che vivevano insieme.
- Da tre giorni sto scavando nella mia casa e finalmente ho trovato i miei cari - egli mi dice asciugandosi le lagrime. Ora son più tranquillo perchè ho la certezza che non hanno sofferto a lungo. Le mie due donne sono morte subito. Vieni a vedere!
E attraverso via Giordano Bruno, cioè attraverso i suoi ruderi, mi conduce in piazza del Collegio, ove 30 soldati sono stati schiacciati di un colpo, e arrampicandoci su un mucchio di rovine, a ridosso di un muro rimasto ritto, mi mostra il cadavere della giovane signora ignuda, abbracciata con la suocera che le dormiva assieme. Lo si compone su due assicelle, si copre e poi rimane lì perchè non si sa dove portare ì cadaveri.
Ho veduto poi un medico, forse più disgraziato, il quale riuscì a disseppellire la sua amatissima sorella ancora viva; ne scoperse la testa e il busto, le parlò, ne udì la voce, ma non riuscì a estrarla poichè le gambe, eran strette tra due massi irremovibili! E spirò al momento in cui credeva di esser salva.
Perchè continuare questo elenco di cimitero?
Perchè dare a voi lontani, ignari, per quanto immaginosi, dell'imniensità di questa catastrofe, qualche cosa come una eco di questa voce lugubre che si stende su questa che fu la città di Messina?
Meglio confortarsi nelle cose, negli atti degli uomini buoni.
Se voi vedeste come i poveri soldati bagnati, sporchi, sfiniti, lavorano nelle macerie e nei pericoli, sul suolo incerto e accanto alle mura crollanti, con che gioia scoprono un braccio, un piede, una treccia di capelli, con quale delicatezza, inverosimile in quelle mani rozze, proseguono allora i lavori, con che gioia ne ascoltano il cuore, il polso, se possono gridare: « È vivo! »... Spesso il vivo muore solo a toccarlo, perchè è tutto fracassato, ma in ogni modo con due tavole delle rovine stesse una barella è costruita e con ogni riguardo il dissepolto viene condotto al primo posto sanitario. Stamane poi il maresciallo Loanes del1'39° reggimento, che si è molto distinto nell'opera di salvataggio, vedendo che la bandiera del suo reggimento era stata dimenticata nella caserma crollata, sfidando una morte quasi certa, si arrampicò su un mozzicone di muro, entrò fra le rovine ed uscì con la bandiera.
I pochi abitanti rimasti e in grado di camminare non hanno che un'idea: partire, fuggire, non tornare mai più nella città funesta, quindi tutti hanno messo in una federa bianca quello che hanno potuto racimolare e se ne vanno alla marina e alla ferrovia in cerca di un mezzo per allontariarsi. Ma questo mezzo non è facile.
La ferrovia per Palermo è soppressa perchè i tunnels pericolano: quella per Catania funziona, ma con enorme ritardo, perchè specialmente adibita al trasporto dei feriti. I quali sono deposti e allineati miseramente in terra su due tavole e un materasso, alla rinfusa cosicchè ho veduto una bella signora bionda non gravemente ferita messa accanto a un vecchio deformato, boccheggiante, per cui la signora svenne ed ebbe poi una gran forte crisi di nervi. Naturalmente le donne - poichè il terremoto avvenne di notte - quando si estraggono, sono nude e i soldati subito le vestono colla loro tunica, di modo che si vedono già molti soldati con una giacca qualunque che vanno a cercare fra i rottami.
I vagoni che non servono al trasporto sono tramutati in abitazioni e quelle sono le migliori, anzi le sole case abitabili. Quanto a noi giornalisti, nulla. L'albergo delle stelle ci attende, un albergo forse poetico ma senza tetto e senza restaurant. Ma in verità; se si è stanchi morti, non si ha appetito, prima di tutto perchè sarebbe inutile, non essendovi d,4, mangiare, poi perchè il puzzo opprimente dei cadaveri, che i cani vanno rodendo, non è precisamente indicato per far funzionare i succhi gastrici.
Si spera che domani si distribuisca o si metta in vendita un po' di pane. Curioso che nessuno da Catania o da Palermo o da Napoli sia corso qui a commerciare in commestibili, poichè avrebbe potuto realizzare guadagni considerevoli data la fame che circola fra i rimasti.
Qui c'è tutto da rifare, da organizzare, si ricostruisca o no la città; si dia in preda alle fiamme per purificarla o si ricostruisca con piccole case come una cittadina giapponese. Si tratta di una città di 160 mila abitanti soppressa, di lavori colossali di sgombero di macerie per recuperare carte e valori immensi, di impedire un contagio che potrebbe estendersi facilmente a tutta l'isola e all'Italia, perchè con sessantamila cadaveri in vista non c'è da scherzare e bisogna tutto fare in modo organico e senza perder tempo come già se ne è perso troppo specialmente nelle ricerche sotto le macerie che sono state ordinate con troppa lentezza, come una cosa inutile, mentre molti vivi ancora implorano dalla tomba il soccorso. E terminerò queste confuse note scritte col cuore stretto, tra il fumo degli incendii e il puzzo che tutto vince dei cadaveri, scritte su una cassa di limoni, mentre sfila la processione dei feriti e dei profughi imploranti pane, con un commoventissimo episodio.
I1 capitano di artiglieria Pirandello con la moglie e il figlio, un maschietto di 9 anni, fu travolto e sepolto. I1 bambino però rotolò fuori dalle rovine incolume e come riacquistò i sensi, trovandosi nel buio e nella polvere non si scompose, non si spaventò, ma subito pensò che doveva salvare i genitori. Ma come fare? Egli si sedette sulle rovine per paura di perdere di vista il punto preciso ove i suoi cari dovevano trovarsi aspettando qualcuno in soccorso e chiamando il padre e la madre che non rispondevano. Dopo molte ore capitò un individuo e tanto fece che lo indusse a chiamare altri che si misero a scavare e verso sera i due genitori, ai quali il figlio veramente aveva ridata la vita, furono estratti.
Il capitano Pirandello, sebbene in più parti ferito, si è dato sub•to col barone Fassini, un animoso e generoso giovane palermitano, e con qualche marinaio russo, alle escavazioni che dirige e compie da uomo pratico della città e già cinque persone ha estratte vive e moltissime morte, pagando così il suo debito alla fortuna che lo aveva voluto salvare.»

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