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L'ORA, 1 gennaio 1909
LA GRANDE CATASTROFE
IL PROF. RESTORI narra

Da una lettera in cui il dott. Antonio Restori, professore dì letteratura neolatina all'Università di Messina, e scampato miracolosamente al disastro con la moglie e due bambini, narra ad un suo fratello Francesco Restorì, dottore a Parrna, la grande sciagura.
«Io ero - scrive il Restori - sveglio all'ora tremenda, ho potuto cosi seguire tutti i particolari del disastro. Dall'alto del colle in cui era la mia casa (via San Sebastiano, 103) si vedeva tutta Messina. Contrariamente a quanto è stato detto, la scossa che atterrò Messina è stata una sola, fortissima. Prima ondulatoria, poi orribilmente sussultoria. Io ebbi l'impressione stranissima che sotto i miei piedi passasse una mandria di cavalli al galoppo. La mia casa è rimasta in piedi, ma spaccata in due. La via San Sebastiano, tutta in collina, ha avuto dei danni e due case completamente danneggiate, ma ha sofferto meno di tutte le strade della città bassa.
Radunati i bambini,ho visitata la casa., poi aperto il balcone. Un immenso polverone nascondeva tutta la città. Finita la scossa si è levato un urlo tremendo, da vicino, da lontano; poi tutto è tornato nel più sepolcrale silenzio.
Levatosi il sole, dissipatasi in parte la polvere, col cannocchiale cominciai a guardare: Messina non c'era più. I punti salienti del panorama: S. Gregorio a sinistra, a destra la Chiesa di Gesù e Maria delle Trombe, lo Spedale Civile, l'Università non si vedevano più. Ho capito solo allora l'immensità del disastro. Dopo qualche ora, verso le 9, sono sceso con 4 popolani, lasciando gli altri nella Villa d'Aranci, annessa alla mia casa, a costruire baracche, dove, in poche ore furono riuniti circa 200 donne e bambini. Giunsi al centro attraversando mucchi di macerie, e incontrando donne e uomini che andavano piangendo in cerca ai parenti.
Era all'Università un mucchio di rovine, e nessuno si vedeva nelle vicinanze.
Nel tornare indietro ci siamo messi ad aiutare qualche ferito, ed estraemmo dalle macerie diverse donne. La signora Costa, ferita gravemente, morì assistita da noi. Così è passata la giornata, distribuendo soccorsi.
Poi è cominciata la notte eterna. Abbiamo assistito al tramonto tristissimo e durante la notte abbiamo contato 36 scosse. Venuto il mattino, alle 5, da lontano, abbiamo sentito il primo fischio della locomotiva. C'è parsa la voce di un amico che si levasse fra tanta catastrofe. Fra le persone che erano riunite nella mia villa cominciava la fame. Sono sceso giù con qualche uomo, alla Dogana, a prendere viveri.
Sono sceso poi alla stazione, per vedere se si partiva, erano le 10,30 del martedì. Fu allora che incontrai uno dei miei colleghi, il prof. Corbino. Saputo che si partiva per Catania, ho pensato a mettere in salvo i miei; tre valorosi, che non scorderò mai più, han preso in collo i bimbi e noi giù a piedi. La bimba, che vedeva i morti e sentiva gli urli delle persone sotto le macerie, è arrivata alla stazione in convulsione: le altre donne semisvenute. Come siamo saliti in vagone non so. I popolani del mio quartiere non volevano lasciarmi partire, e mi fecero promettere che sarei tornato: ma a che? Messina fu e non sarà più mai. Io non sono facile a commuovermi, ma gli orrori che ho visto superano ogni resistenza umana.»

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